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Il sesso senza (troppo) senso degli under 35

Pornografia sugli smartphone, sesso dopo una sbronza o dopo aver assunto droghe e sesso per pagarsi l'università: tre indagini diverse rivelano derive pericolose della sessualità degli under 35. 

Secondo tre indagini diverse, la sessualità degli under 35 rischia derive pericolose.



Un sesso (un po’ troppo) senza senso. Mescolato a troppo alcol e droghe varie, fantasticato sui display degli smartphone o venduto per pagarsi gli studi. La miscellanea mette insieme l’indagine In my bed presentata all’undicesimo festival Vicino/lontano in corso a Udine, i risultati di quella pubblicata sull'International Journal of Adolescent Medicin Health e di quella condotta dalla Swansea University. Al centro della scena ci sono sempre loro, gli under 35 e il sesso. Intendiamoci, non l'amore, ma l'amplesso vero e proprio, che più che un'unione fine a se stessa, volta alla ricerca del piacere, stando agli studi (che va detto, privilegiano le eccezioni ma raccontano panorami) sembra una ripida scalata verso un diletto che, sempre più, è privilegio di pochi

Per farsene un'idea basta leggere i risultati dell’indagine In my bed: due su tre lo fanno dopo una sbronza e uno su cinque sotto l’effetto di droghe. Uno su tre, invece di pensare a quello che sta facendo, si preoccupa di riprendere il tutto o, comunque, a scattare qualche foto (e magari, già che ci sono, mandano anche qualche sms). Il sondaggio che ha interpellato duemila giovani, sebbene prenda in esame la situazione friulana, è in linea con i comportamenti dei colleghi delle altre regioni d'Italia. Se mai - hanno evidenziato i ricercatori – con un interpellato su tre che si concede scappatelle fuori dalla coppia, sono un po’ più fedeli degli altri. 

A estrapolare l’immagine dei più giovani tra i 18 e i 20 anni che passano ore incollati agli smartphone, stregati dai siti porno, invece, c’è il recente studio pubblicato sull'International Journal of Adolescent Medicin Health. Ebbene, se sono meno di uno su dieci a collegarsi ai siti hot, il 63% ha ammesso di farlo più volte a settimana e il 29% qualche volta al mese (29%). Un’abitudine, hanno dichiarato quasi tutti - visto che per uno su dieci è una vera e propria dipendenza -, che li rapisce per una mezz’oretta circa. Un’attitudine, hanno però spiegato i ricercatori che, soprattutto per i frequentatori settimanali, rischia di deviare i comportamenti sessuali nel 25% dei casi. Patologie che vanno da una sostenuta riduzione del desiderio sessuale (16%) a un aumento dell’eiaculazione precoce (4%), fino a disturbi della eiaculazione (4%) in toto.

Il gruppo di ricerca coordinato da Carlo Foresta dell’Università di Padova - che da più di dieci anni si occupa della materia prendendo in esame le ricadute dei giovani accaniti del sesso sul web - in collaborazione con la Fondazione Foresta Onlus ha rielaborato i dati per restituire lo scenario italiano concludendo che, ormai, il 78% della fascia d’età in questione, è un frequentatore abituale dei siti porno. Se poi il ragazzo (o la ragazza) è figlio unico, allora il dubbio si fa quasi una certezza. D’altra parte basta uno schermo e una connessione e, complice la casa vuota, il resto vien da sé. E, rispetto al 2004, sono più accaniti. E di parecchio: “circa il 70% si collegano più volte a settimana, fino ad ogni giorno, con una permanenza su questi siti di oltre trenta minuti a collegamento” dicono gli esperti. Cercando di delinearne l’identikit il gruppo di ricerca ha evidenziato come i più implacabili fumano più degli altri (55% rispetto al 40% dei non frequentatori), hanno una vita sessuale (vera) praticamente inesistente e quando ce l’hanno la prevenzione è l’ultima delle loro preoccupazioni.

Non va meglio in Gran Bretagna, dove capita che, per pagarsi gli studi, il 22% degli universitari del Regno prenda in considerazione lavoretti nelle chat erotiche, piuttosto che nei locali di dubbia fama nelle vesti di spogliarelliste, maggiordomi nudi o massaggiatrici, quando (il 5% delle volte) non si arriva alla vera e propria prostituzione. Deriva che, a quanto ha desunto l’indagine Student Sex Work Project della Swansea University, attrae più gli uomini delle donne e coinvolge le città grandi quanto quelle piccole.  

I ricercatori non si sono limitati a raccogliere i numeri ma hanno chiesto anche le ragioni: i due terzi ha risposto che i soldi sono la priorità per uno stile di vita migliore, il 45% ha dichiarato che tutto vuole tranne che finire l'università e ritrovarsi a pagare i debiti accumulati per sostenere le (costose) rette degli atenei. Anche perché la cifra oscilla intorno alle da 50mila sterline (poco meno di 70mila euro). C’è anche chi fa di necessità virtù e tra le ragioni principali adduce il piacere fisico. D’altra parte, dicono, non è il lavoro della vita, si fa part time (meno di cinque ore a settimana) e il resto del tempo è tutto dedicato agli studi. 

In ogni caso, la situazione in Gran Bretagna è più volte finita al centro delle polemiche, con manifestazioni delle organizzazioni studentesche che chiedono di abbassare le rette (oggi si aggirano intorno alle 9 mila sterline, circa 12 mila euro) e protestano contro i tagli all'educazione voluti dal governo di David Cameron. 

Insomma, se il fine giustifica i mezzi, è anche vero che a tutto c’è un limite e vendere il proprio corpo per pagarsi l’università o consumarlo in una sessualità virtuale che mortifica quella reale, piuttosto che declinarlo alle bizze di alcol e droga non è esattamente la strada giusta. Anche perché fare del buon sesso fa bene a tutto il corpo (dalla memoria all'umore) e nel Terzo Millennio è vero il contrario: chi non fa l’amore non lavora

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