23 modi per morire: Alicia Keys, Beyoncé, Rihanna e gli altri

Da Alicia Keys a Beyoncé passando per Rihanna e Lanny Kravitz, il video "23 Ways You Could Be Killed If You Are Black in America" accosta una star a un afroamericano ucciso dalla polizia per non aver fatto nulla.  

Alicia Keys è la prima a prendere la parola nel video che colleziona 23 modi in cui, se sei nero, puoi morire in America.

La prima star che snocciola i 23 motivi (23Ways) per cui negli Stati Uniti, ancora oggi, la discriminazione razziale uccide è Alicia Keys: “Non aver messo la freccia”, dice. La foto che segue è quella di Sandra Bland, 28 anni, morta in carcere nel luglio 2015 tre giorni dopo essere stata arrestata e malmenata per strada per una banale infrazione stradale. Non fa giri di parole, il video 23 Ways You Could Be Killed If You Are Black in America. Arriva dritto allo stomaco passando per la cronaca di morti assurde, raccontate in ordine sparso da 23 star di colore, decise a smuovere l'opinione pubblica.   

Dice Beyoncé: “Guidare l’auto della tua compagna con il figlio seduto dietro”. Sorte che è toccata a Philando Castile, 32 anni, ucciso in Minnesota da un poliziotto che l'aveva fermato per un problema alle luci posteriori. La sua morte, ripresa dalla compagna seduta a fianco e straziata dalla voce del figlio che cerca di consolarla, è andata in diretta su Facebook, ha fatto il giro del mondo e ha scatenato proteste in tutti gli Stati Uniti, fino alla follia di Micah Xavier Johnson, il cecchino che a Dallas ha ucciso 5 poliziotti.   

Chris Rock: “Correre al bagno nel tuo appartamento”, come ha fatto Ramarley Graham 18enne ucciso in casa sua, nel Bronx perché si pensava possedesse un’arma. Poi prende la parola Pink: “Vendere sigarette di contrabbando a un angolo della strada” come faceva Eric Garner, il 43enne soffocato da un agente (assolto) a Staten Island. Altre voci, altre foto, altre morti assurde. Perché nessuno di quelli raccolti sono motivi per meritare la morte.

Non lo è “vendere cd davanti a un supermarket” - come ricorda Taraji P. Henson omaggiando Alton Sterling, ucciso a Baton Rouge, in Louisiana, da un colpo sparato a bruciapelo, 24 ore prima del proiettile che ha ucciso Philando Castile -, non lo è “indossare una felpa con il cappuccio” - come rammenta Pharell a proposito di Trayvon Martin, 17 anni, ucciso in Florida, il 26 febbraio 2012 - e tanto meno “usare una pistola giocattolo in un parco” a 12 anni, come faceva il piccolo Tamir Rice e ricorda Rosario Dawson e neppure lo è “star seduto nella tua auto prima del tuo addio al celibato” come riporta Lanny Kravitz evocando quello è successo la sera del 25 novembre 2006 al 23enne Sean Bell, disarmato, freddato da agenti in borghese della polizia di New York. 

Non lo è ridere, anche se ha ucciso Regia Boyd, non lo è “andare a una festa di compleanno” anche se per questo, ricorda Adam Levine, è morto Jamar Clark. In altre parole, “solo per essere nero, negli Stati Uniti e non aver fatto assolutamente nulla”, conclude Maxwell. Il fatto è che “queste azioni quotidiane possono essere interpretate come un atteggiamento non abbastanza servile”, denuncia Rihanna.

Perciò Alicia Keys e gli altri invitano a scoprire il movimento We are here per “dire al presidente Obama e al Congresso che il tempo per cambiare le cose è ora”. Perché se come è scritto nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d'America del 1776, “tutti gli uomini sono stati creati uguali”, allora “tutti gli americani hanno uguale diritto di vivere e d’inseguire la felicità”. E non è solo parola di Alicia Keys. 

 

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