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Isis, la "teologia dello stupro" che trasforma donne e bambine in schiave

L'articolo più letto del New York Times racconta la "teologia dello stupro" messa in atto dall'Isis che trasforma donne e bambine in schiave. Rukmini Callimachi ha raccolto la testimonianza di 21 yazide riuscite a fuggire.

L'articolo del New York Times, firmato da Rukmini Callimachi sulla "teologia dello stupro" è stato il più letto di giornata.


È uno stato lontano, l’Isis. È un non-Stato che fa paura, molta paura. Tanto che, ogni volta che qualcuno lo racconta da vicino, cattura l’attenzione di mezzo mondo. È successo anche con il lungo articolo di Rukmini Callimachi, giornalista che per il New York Times segue il terrorismo, che questa volta ha documentato la schiavitù sessuale a cui sono ridotte le donne yazide dai miliziani dello Stato Islamico (o ISIS): il 13 agosto è stato l’articolo più letto della testata. Non è la prima volta che se ne parla, già Zainab Bangura, la portavoce dell’Onu inviata speciale per la violenza sessuale nei conflitti, ha parlato di un vero e proprio “bazar delle schiave” e la cronaca racconta di donne uccise per essersi rifiutate di fare sesso con i guerriglieri.   

Ma il fiume di parole messo insieme dalla giornalista raccoglie le testimonianze di 21 yazide fuggite dopo essere state rapite dai miliziani islamici. Storie che fanno venire la pelle d’oca non solo per le pratiche a cui sono state costrette ma anche per la metodicità con cui l’Isis ha pianificato una vera e propria “teologia dello stupro” volta a eliminare la popolazione yazida.

L’incubo per quella popolazione di lingua curda, concentrata nel nord dell’Iraq, la cui religione è un’alchimia di quelle mediorientali (islam, cristianesimo, ebraismo e zoroastrismo) è iniziato il 3 agosto 2014 quando l’Isis annunciò di aver ripristinato l’istituzione della schiavitù sessuale, con veri e propri contratti di vendita autenticati dai tribunali islamici istituiti ad hoc. Un costume teorizzato nei minimi dettagli come dimostra l’articolo uscito due mesi dopo su Dabiq, il magazine online dell’ISIS in inglese, che spiega, per l’appunto, la “teologia dello stupro”.

Secondo l’articolo, prima dell’attacco al monte Sinjar, l’Isis aveva dimostrato che per gli yazidi non c’era alcuna possibilità di salvezza, nemmeno (a differenza di ebrei e cristiani) pagando una tassa. Tanto valeva sterminarne la dignità, si saranno convinti i capi. Certo è che, conquistata una città yazida - come raccontano i sopravvissuti -, i miliziani dividono le donne dagli uomini, che vengono uccisi. Gli adolescenti vengono catalogati a seconda se hanno o meno i peli sul petto. Le donne diventano “sabaya” schiave: le più giovani, non sposate, finiscono su autobus bianchi con la scritta “Haji”, ovvero il pellegrinaggio a La Mecca. Viaggiano nascoste dalle tendine che coprono i finestrini, poi vengono messe tutte insieme in grossi edifici di una città irachena e poi ritrasferite in altre località dell’Iraq e della Siria per essere vendute.     

Gli emiri stavano appoggiati contro il muro e chiamavano il nostro nome - racconta una 19enne passata per il mercato delle schiave -. Dovevamo rimanere sedute su una sedia di fronte a loro. Dovevamo guardarli. Prima di entrare nella stanza ci toglievano i veli e tutti i vestiti”.

Sdoganato lo stupro e la tratta di esseri umani, il “dipartimento della ricerca e della fatwa” dell’Isis ha diffuso un manuale di 34 pagine con le regole di “gestione” delle schiave: niente rapporti sessuali prima che la propria schiava abbia il primo ciclo mestruale (onde scongiurare eventuali gravidanze) e niente rapporti durante la gravidanza. Per il resto, scrive Callimachi, vale quasi tutto: si possono anche stuprare le bambine, per esempio. E succede: la cronaca ha raccontato della bambina di 9 anni rapita dall'Isis che durante la prigionia è stata violentata da almeno 10 miliziani ed è poi rimasta incinta.

Capita però che qualcuna venga liberata con tanto di “Certificato di emancipazione”, come è successo alla 25enne descritta da Callimachi che apparteneva a un miliziano libico che aveva finito il suo periodo di addestramento da kamikaze e stava progettando di metterlo in pratica. Nell’ennesimo orrore di quello stato non stato le cui fondamenta affondano nella vergogna.

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