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Paola Minaccioni: “Dal vivo sono molto meglio e mi smaschero”

Al teatro Ambra Jovinelli con 'Dal vivo sono molto meglio' Paola Minaccioni porta sul palco tutti i personaggi nati in tv, radio e cinema: “smaschero il best off di una carriera”. 

"Dal vivo sono meglio", lo spettacolo che dal 20 al 30 aprile porta in scena all'Ambra Jovinelli i personaggi di Paola Minaccioni. © Fabiolovino


Paola Minaccioni è davvero una, nessuna e centomila. In una parola è “Paola”, poi ci ripensa e, “posso dirla in inglese? Sono have fun”. Ed è così davvero, divertita, divertente, contagiosa. Comica e attrice sul palco, sul set e in radio, dopo una vita vissuta “cercando l’infelicità, ora se sono felice me la godo, alimento il benessere con l’amore”. Si racconta al telefono, Paola, mentre guida lo scooter da casa a teatro per le prove di Dal vivo sono molto meglio, lo spettacolo che debutta all’Ambra Jovinelli di Roma dal 20 al 30 aprile 2017. È trafelata, “come sempre, perché sono una riempitive professionista e non appena ho uno spazio vuoto m’invento qualcosa da fare”. Il risultato è una carriera tempestata di film (ha iniziato nel 1993) diretti, tra gli altri, da Ferzan Özpetek - con Magnifica Presenza ha vinto il Globo d’Oro e con Allacciate le cinture il Nastro D’argento e il Premio Serapian sempre come Miglior attrice non protagonista - , da Fausto Brizzi, Matteo Garrone e Carlo Vanzina. Ma anche di spettacoli teatrali, gag in radio e in tv. E, naturalmente, serie tv.


“Dal vivo sono meglio” è un one woman show su di te?

“Diciamo un one woman show d’intrattenimento! Il live è la forma di spettacolo che conosco meglio, che frequento da più tempo e questo spettacolo è il mio biglietto da visita, una sorta di best off dei personaggi portati in scena che riporto in scena tutti insieme, smascherandomi. Ci sono donne dipendenti dai social network, poetesse raffinate, venditrici improbabili e inappuntabili manager, badanti. Parlo della mia identità e di quella degli altri, mi denudo alla ricerca della risposta alla domanda che ci accomuna: chi siamo? I personaggi sono un po’ i miei mostri e ora li mostro dal vivo. Il collante è la leggerezza e l’ironia, tuttavia ogni personaggio porta una critica sociale. È un esperimento, ci saranno parti recitate e altre in stand up con il pubblico. In generale lo spettatore vede quello che succede in scena, sempre”.


Ci racconti alcuni dei personaggi a cui sei più affezionata?

La comicità di Paola Minaccioni non è una denuncia ma un invitare alla riflessione. © Fabiolovino

“C’è la vecchietta, che sarà tutto in improvvisazione. È quello a cui tengo di più perché è mia nonna, una donna che mi ha trasmesso pillole di saggezza semplice ma vera. Diceva sempre “se stai calda ai piedi stai calda in tutto il corpo” e di non “passare la vita a chiedersi chi sei che poi ti ritrovi vecchia”; poi ci sarà la Donna Fugata, la mamma siciliana nata al Ruggito del Coniglio su Radio 2, l’emblema della maternità all’insegna del senso di colpa, perché molto spesso è così ma non si può dire e lei invece se lo può permettere e c’è l’eterna adolescente griffata che predica l’antirazzismo e poi è una razzista. A rotazione nei bis, ci saranno Melania Trump, Sabrina Ferilli e Giorgia Meloni”.


La comicità è uno strumento per denunciare?

“Il contesto è lieve, è un pretesto, ma poi ogni personaggio porta temi legati all’attualità e alle assurde nevrosi che la contraddistinguono. Più che denunciare voglio invitare alla riflessione. Non credo che un attore debba puntare il dito, gli spettatori possono essere condotti a profonde riflessioni con una risata, attraverso l’empatia”.


Come sei sul lavoro: metodica o improvvisi?

“Sono molto metodica, tuttavia mi sento più sicura quando improvviso perché è talmente divertente farlo con il pubblico che funziona da sé”.


Teatro, cinema, tv, radio, una girandola di stili e registri…

“Cambiare genere mi rigenera, è naturale, da sempre. Non so com’è successo: mi sono diplomata al Centro Sperimentale di Cinematogra, ho fatto diversi corsi, insomma ho un’impostazione da attore, ho fatto i grandi classici eppure il mio percorso mi ha portato a farmi notare di più come comica”.


E questo ti dispiace?

“Da un lato penso di essere molto fortunata ad avere la dote della comicità, dall’altra faccio più fatica di un attore meno inquadrato ad ottenere ruoli differenti”.


Che ruoli vorresti interpretare?

“Mi piacerebbe fare uno dei personaggi di Perfetti sconosciuti, interpretare una popolana romana come in fondo sono io, romana e popolare, e un ruolo drammatico. Ho sfiorato l’occasione, qualcosa bolle in pentola, incrociamo le dita”.


Com’è nata l’idea di smascherarti sul palco?

“Dal desiderio di fare la mia comicità bene, tutta insieme: mi sono sempre nascosta, finché ho preso coraggio e mi sono messa a scrivere. E poi dal caso: un giorno, al bar una signora mi ha riconosciuta, fermata e poi mi ha detto “ma lo sa che lei dal vivo è molto meglio?”. La stessa scena è successa in un parco acquatico: ero con i miei nipoti tutta bagnata e col trucco slavato quando un signore mi ha ripetuto la stessa domanda. A quel punto ho capito che era ora di togliermi le maschere e toglierle ai miei personaggi”.


Set e palco: qual è la tua casa?

“La recitazione è la mia casa, sul palco o sul set mi sento nel posto giusto nel momento giusto, a casa”.


E la tua casa, invece, com’è?

“È bellissima, una piccola veranda a Roma, luminosa, piena di belle piante di cui si occupa il mio fidanzato”.


Sei innamorata?

“Molto, siamo molto felici e innamorati, lui è ispettore di produzione e insieme stiamo molto bene”.


Ti accompagna sui red carpet?

“Quando può certo, partecipa alla vita pubblica”.


Com’eri da adolescente?

“Ero una bomba in tutti i sensi: ero pure grassa! Ero piena di energia ma non sapevo come usarla, ero implosa finché non sono salita sul palco. Ero una mina vagante, per dirla come la direbbe Özpetek”.


Chi ha segnato o influenzato il tuo percorso?

“Mia madre, nel bene e nel male. È lei il motivo per cui ho fatto l’attrice: è una donna super forte che mi ha protetto, a volte iperprotetto. Lo dico con affetto, lei lo sa: se non fosse stata così forse avrei fatto altro nella vita”.


Che cosa?

“Non ne ho idea”.


Recitare e scrivere sono due facce della stessa medaglia?

“Anche quando interpreti, scrivi, scegli un punto di vista e caratterizzi il personaggio. Avendo sperimentato la scrittura comica prendo posizione in modo più cosciente. C’è da dire che mi piace  interpretare che scrivere”.


La catarsi dell’attore esiste? Te ne ricordi una in particolare?

“Succede di continuo: ogni personaggio richiede un’accurata ricerca personale, tocca e stimola una parte di te. In particolare ricordo quella di Egle, in Allacciate le cinture: lì ho vissuta la catarsi della malattia che aveva riguardato un mio parente. Come insegna la coach di Los Angeles Ivana Chubbuk ne Il potere dell’attore, il patrimonio umano si usa non per compiangersi ma per essere consolatorio”.


Qual è il tassello mancante del puzzle?

“Ce ne sono tanti, ma gli spazi vuoti accendono i desideri quindi meno male che ci sono: io me li conservo con cura che quando saranno pieni sarà la fine”.


Come ti vedi tra dieci anni?

“Mi piacerebbe essere riuscita a fare sempre di più solo le cose che desidero fare”.

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