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Hikikomori: Le Iene intervistano i giovani reclusi dell'era 2.0

Non escono dalla loro stanza per anni, l'unica vita sociale che hanno è quella social: in Giappone sono 1milione e mezzo, in Italia 20mila. Nadia Toffa li ha intervistati. 

Hikikomori, sono giovani che, letteralmente, “stanno in disparte, si isolano” e vivono attaccati alla rete.


Chi sono gli Hikikomori?

In Giappone gli Hikikomori (ufficiali) sono un milione e mezzo, ma ce ne sono in giro per tutto il mondo (Italia inclusa). Sono i giovani che "stanno in disparte, si isolano" nella loro stanza: non escono nemmeno per mangiare, non permettono a nessuno di entrarci, nemmeno per fare le pulizie. L’unica finestra sul mondo che aprono è quella dello schermo del computer o della tv e l’unica vita sociale che hanno è quella social

Sono eremiti moderni, eredi della poetessa americana Emily Dickinson che, però, rintanata nelle quattro mura per orgoglio, riuscì a comporre poesie che del mondo raccontavano tutta la sua meraviglia. Meraviglia sconosciuta agli Hikikomori, che lungi dall’essere orgogliosi, hanno il terrore di essere giudicati male dalla gente. "Sono giovani che hanno perso la passione della vita", spiega Carla Ricci, antropologa e ricercatrice all’Università di Tokyo a Nadia Toffa, l’inviata de Le Iene volata nel paese del Sol Levante per capire il fenomeno. Un vero e proprio problema sociale diventato tabù, dal momento che i primi a far finta di nulla sono proprio le famiglie, che si vergognano dei loro figli che si vergognano di vivere. Un corto circuito emotivo che spezza e condanna più d'una vita.  

Il servizio del 1 maggio 2016 a Le Iene

Suzuki San è uno di loro: aveva 7 anni quando ha iniziato la sua reclusione, ne aveva 24 quando è finita. "Non avevo un buon rapporto con la mia famiglia - ha spiegato a Nadia Toffa -, odiavo stare in posti in cui c’era tanta gente". Scuola inclusa: "i miei genitori all’inizio continuavano a dirmi di andare a scuola ma io ero testardo e non ci sono andato e alla fine mi hanno lasciato in pace". 

Un isolamento che si cura ancora troppo poco in centri che invitano alla socializzazione: dalle semplici chiacchiere al lavoro in cucina fino a sedute di psicoterapia e psicofarmaci. "Alcuni che sono qui non parlano per nulla" spiega Manuela, italiana trasferita a Tokyo che lavora in uno di questi centri. "Ne ho curati 1200 - spiega il fondatore - dai 25 anni in su, per l’80% maschi". Perché? "perché l’uomo riceve più pressioni nella società e nel mondo lavorativo". L’Hikikomori più tenace è rimasto chiuso 24 anni e solo grazie al perseverante lavoro di una delle "ragazze in affitto" dello staff del centro ha trovato la forza di uscire e farsi curare: ci è voluto un anno per convincerlo, è andata bene perché "a volte ce ne mettono anche 3, altre volte non ci riescono proprio". A volte muoiono di fame, tra quelle quattro mura.    

Tutto inizia per apparente stanchezza: "Si chiudono in camera per riposarsi: dormono di giorno e vivono di notte - spiega la dottoressa Ricci -, invertono il ritmo. Più stanno dentro, più diventa difficile uscire". Va da sé che insieme alla vita sociale, rinunciano anche a quella intima, alla sessualità: "è un argomento tabù, arrivano a un punto in cui si dimenticano di tutto, anche della libido" spiega la Ricci. 

Hikikomori in Italia

In Italia le statistiche parlano di 20-30mila Hikikomori, anche se la dottoressa Ricci qualche differenza rispetto ai colleghi reclusi giapponesi la vede: "sono timidi e piuttosto introversi, sembrano essere più giovani e hanno più capacità introspettiva”. Certo, il fenomeno non è preoccupante come in Giappone ma in una società liquida come la nostra potrebbe essere questione di tempo. E allora è meglio arrivare preparati, scansare il tabù, affrontare la vergogna di chi crede di non essere all’altezza e smontarla un abbraccio dopo l’altro. Come quello tra Nadia Toffa e Fujimori, l’ultimo ex Hikikomori intervistato che, addirittura, si concede un saluto con due baci sulla guancia. E tira un sospiro di sollievo. Felice come non lo era mai stato prima.

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