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Porta a Porta: Salvo Riina racconta suo padre Totò (non il boss)

Intervistato da Bruno Vespa, Salvo Riina racconta il padre: "Io sono orgoglioso di Totò Riina come uomo, non come capo della mafia". La puntata in onda mercoledì in seconda serata.

L'intervista di Bruno Vespa (a un giorno dall'uscita del libro di Salvo Riina) ha scatenato un putiferio.


Bruno Vespa che intervista Salvo Riina a Porta a Porta, il giorno prima dell’uscita in libreria di Riina. Family Life, scritto dal figlio del boss di Cosa Nostra, dimostra (per l’ennesima volta) di aver imparato bene la lezione di Oscar Wilde: "Non importa che se ne parli bene o male, l'importante è che se ne parli". Perché le prime indiscrezioni sull’intervista hanno indignato mezza Italia.     

Intervista a Salvo Riina: le reazioni

Da Maria Falcone - sorella del giudice ucciso nella strage di Capaci in cui persero la vita anche la moglie e tre agenti della scorta -, al deputato Pd Michele Anzaldi, segretario della commissione di vigilanza Rai. Perché se è vero che la censura è sempre sbagliata, il tempismo di Vespa regala (non poca) pubblicità all’esordiente scrittore. Che, per la cronaca, è stato condannato per associazione mafiosa a 8 anni e 10 mesi (già scontati) e dall'aprile 2012 vive a Padova in regime di sorveglianza, a differenza del fratello Giovanni che, come il padre Totò, sconta l'ergastolo al 41bis. Insomma, la questione è (assai) delicata: "Totò Riina - ricorda Anzaldi in un’intervista a Repubblica - è colui che ha fatto sciogliere nell'acido un bambino che amava i cavalli come Giuseppe Di Matteo. È l'uomo che a chi, tra i suoi, gli chiedeva di esser cauto, perché le stragi potevano coinvolgere dei bambini, rispondeva: ‘I bambini muoiono anche in Kosovo. La guerra è guerra’. L'uomo che a Sant'Erasmo si è inventato la camera della morte, dove le persone venivano portate e sciolte nell'acido. In studio qualcuno ricorderà tutto questo?".

La strage di Capaci (non) raccontata da Salvo Riina 

Staremo a vedere, nel frattempo sono trapelati sprazzi di quei 16 anni che Salvo ha vissuto accanto al padre latitante, già anticipati da estratti del libro pubblicati in questi giorni. Quel 23 maggio 1992 "La tv era accesa su Rai1, e il telegiornale in edizione straordinaria già andava avanti da un’ora. Non facemmo domande, ma ci limitammo a guardare nello schermo. Il viso di Giovanni Falcone veniva riproposto ogni minuto, alternato alle immagini rivoltanti di un’autostrada aperta in due… Un cratere fumante, pieno di rottami e di poliziotti indaffarati nelle ricerche… Pure mio padre Totò era a casa. Stava seduto nella sua poltrona davanti al televisore. Anche lui in silenzio. Non diceva una parola, ma non era agitato o particolarmente incuriosito da quelle immagini. Sul volto qualche ruga, appena accigliato, ascoltava pensando ad altro"

Borsellino in Via d’Amelio, la famiglia Riina al mare

E poi quel 19 luglio, quando in Via D'Amelio veniva ucciso Paolo Borsellino, mentre la famiglia Riina era in vacanza, al mare: "Fu uno di quei giorni in cui mio padre preferì rimanere a casa ad aspettarci, sempre circondato dai suoi giornali che leggeva lentamente ma con attenzione. Negli ultimi mesi era diventato più attento nelle uscite in pubblico, anche se dentro casa era sempre il solito uomo sorridente e disposto al gioco". I ragazzi tornano dalla spiaggia, la tv è ancora accesa: "Il magistrato Paolo Borsellino appariva in un riquadro a fianco, ripreso in una foto di poche settimane prima…Lucia, dodicenne, era la più colpita da quelle immagini. Si avvicinò a mio padre silenzioso. ‘Papà, dobbiamo ripartire?’. ‘Perché vuoi partire?’ domandò lui, finalmente rompendo la tensione con la quale fissava il televisore. ‘Non lo so. Dobbiamo tornare a Palermo?’. ‘Voi pensate a godervi le vacanze. Restiamo al mare ancora per un po’’. Lucia scoppiò in una ingenua risata e lo abbracciò… E così restammo lì fino alla fine di agosto".

“Riina. Family Life”: una storia privata

Insomma, un libro fatto di tante parole e troppi silenzi. Come quelli seguiti alle domande di Vespa su Falcone e Borsellino, o agli inviti a prendere le distanze dalla condotta del padre. "Io non sono il magistrato di mio padre - scrive Salvo nel suo libro -; non è competenza mia dire se è stato il capo della mafia oppure no. Lo stabiliscono le sentenze, io ho voluto parlare d’altro: la vita di una famiglia che è stata felice fino al giorno del suo arresto, raccontata come nessuno l’ha mai vista e conosciuta". Perché nessuno s’immagina il figlio di Totò Riina lamentarsi che "è dal gennaio del 1993 che non faccio una carezza a mio padre, e così le mie sorelle e mia madre". Come per altro succede a tutte le vittime di mafia, su cui Salvo, ancora una volta, preferisce tacere: "Non ne voglio parlare, perché qualunque cosa dicessi sarebbe strumentalizzata" ha spiegato al Corriere. "Meglio il silenzio, nel rispetto del loro dolore e della loro sofferenza. Anche in questo caso la meglio parola è quella che non si dice". 

Nel frattempo, però, quelle che vengono dette pesano come macigni: l’immagine di un padre amorevole, premuroso e giocherellone, non certo di uno degli uomini più crudeli della storia della criminalità organizzata. "Non è quello che ho conosciuto io - obietta Salvo -. Io sono orgoglioso di Totò Riina come uomo, non come capo della mafia. Io di mafia non parlo, se lei mi chiede che cosa ne penso non le rispondo. Io rispetto mio padre perché non mi ha fatto mai mancare niente, principalmente l’amore. Il resto l’hanno scritto i giudici, e io non me ne occupo". Il problema è che mentre lui decide di non occuparsene rinuncia a una rivoluzione che solo quelli come lui possono scatenare: rinnegare le ingiustizie in nome della giustizia. Che è una, sola, indiscutibile e mette Totò Riina tra i cattivi della storia. Il fatto che il figlio, condannato e (pare) redento, non abbia avuto il coraggio di farlo racconta quanto ancora sia lunga la strada della lotta alla mafia.

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