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Separazione dei beni: la scelta delle coppie indipendenti

La separazione dei beni lascia ai coniugi i rispettivi beni e patrimoni: una scelta al passo con i tempi, dicono i giovani indipendenti. Anche se in tempi precari la ridistribuzione della ricchezza andrebbe rivalutata. 

Separazione dei beni: il regime più in voga tra le giovani coppie di sposi indipendenti economicamente.


Si può fare prima, dopo e durante il matrimonio anche se gli esperti (gli avvocati divorzisti) consigliano di farla prima: la separazione dei beni evita di complicare situazioni già complicate come un addio, assicurano. Perché se fino al 1975 marito e moglie si univano ciascuno conservando piena ed esclusiva titolarità dei propri beni e patrimoni, dopo la Riforma del diritto di famiglia l’automatismo è la comunione dei beni. Vale a dire: tutto quello che si acquista e ottiene (e perde, vedi i debiti) durante le nozze è di tutti e due, ciò che risale alla vita da single, invece, resta del legittimo proprietario. Facile a dirsi, meno a farsi, visto il numero di eccezioni: tutto quello che si riceve per donazione o per successione e tutto quello che riguarda lo svolgimento del lavoro, tanto per fare qualche esempio degno del più astuto azzeccagarbugli. 

Ecco perché, tra una legge cavillosa (quella della comunione dei beni) e i tempi e i numeri (sui divorzi, sui fallimenti patrimoniali) che corrono, la separazione dei beni è la scelta più incoraggiata da chi si ritrova a combattere ordinarie battaglie legali tra ex. Suggestione che i giovani accolgono volentieri, senza contare che l’idea della ridistribuzione della ricchezza fra moglie e marito sembra un concetto (nato) vecchio. Chissà se i legislatori che l’hanno varata l’anno dopo il referendum abrogativo sul divorzio lo avrebbero mai immaginato. 

Anche perché l’intento della comunione dei beni era tutt’altro, permettere alle donne di lavoro, per esempio: "Nell’organizzazione della vita domestica accade che uno dei coniugi si dedichi, in misura maggiore rispetto all’altro, alle esigenze della famiglia rinunciando almeno ad una parte delle proprie prospettive lavorative - scrive su La Stampa Carlo Rimini, avvocato e professore di diritto privato all’Università di Milano e di famiglia a Pavia -. La comunione dei beni introduce un meccanismo automatico di compensazione di questi sacrifici”.

Tant’è, il numero di matrimoni celebrati in regime di separazione dei beni è in costante aumento: "Negli ultimi tempi le statistiche indicano una vera e propria fuga dalla comunione - conferma il professor Rimini -. Una delle ragioni è da individuare proprio nel desiderio di reciproca indipendenza che hanno oggi i giovani che si sposano”. 

Il fatto è che mentre in Italia la separazione dei beni è la scelta che mette d’accordo sempre più novelli sposi, “all’estero i giovani sposi accettano regimi di condivisione delle rispettive fortune in percentuali molto maggiori”. Per spiegare l’eccezione italiana, Rimini chiama in causa “la pessima qualità tecnica delle norme che regolano, nel nostro codice civile, la comunione. Sono norme che pongono infiniti problemi di interpretazione. Molti lo sanno e preferiscono sottrarsi ad un regime patrimoniale che ha effetti talora confusi e incerti”. 

Tanto più che la separazione dei beni non si traduce con “ciascun per sé” perché “resta ovviamente l’obbligo di entrambi i coniugi di contribuire alle esigenze della famiglia in proporzione alle rispettive sostanze”, precisa Rimini, così come è possibile “acquistare assieme alcuni beni rendendoli comuni, ma sarà una scelta”.

In ogni caso, è cosa buona e giusta pensare con attenzione e senza pregiudizi che regime dare alla coppia che si sposa, considerando anche che “la comunione dei beni fa sì che l’acquisto compiuto dal coniuge economicamente più forte divenga comune come sono comuni gli sforzi che lo hanno consentito”. Per esempio una giovane madre che lavora (di meno) e cresce figli più felici (questo perché il mammo ha percentuali ancora troppo basse anche se in crescita). “Quindi la separazione può essere consigliata alle famiglie in cui i sacrifici dei coniugi per le esigenze familiari sono distribuiti equamente. Se invece i coniugi programmano di organizzare la loro vita in modo che uno dei due si applichi in prevalenza al lavoro casalingo, lasciando l’altro libero di dedicarsi al suo lavoro, allora la comunione è una scelta da valutare con attenzione”. Insomma, in tempi precari, la ridistribuzione della ricchezza in coppia andrebbe rivalutata.

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