Guerra in Siria: "Ho portato il mio bimbo laggiù. E mi sono pentita"

La guerra in Siria continua a mietere vittime, ma si combatte anche a suon di testimonianze incrociate. Tra le tante donne partite, molte chiedono di tornare e poche, purtroppo, ci riescono.

La guerra in Siria vista dagli occhi di una fortunata mamma francese, che è riuscita a scappare.


Guerra in Siria: il capitolo torna sullo stesso punto, le donne del Califfato. Perché di figlie, madri, spose si parla sempre. Vittime, carnefici, pentite. Sono le donne che dall'Europa scappano per unirsi ai foreign fighters. Sono le ragazze schiavizzate che denunciano le immani violenze subite. Sono le stesse carnefici disilluse a raccontare l'orrore vissuto, temuto e infine accettato. Ora qualcuna delle prime occidentali partite riesce a tornare. E a spiegare.

Il quotidiano londinese Guardian ci racconta la storia della giovane francese Sophie Kasiki, nome di fantasia che nasconde il volto fortunato di chi è riuscito a scappare dallo Stato Islamico. E ora racconta la sua incredibile storia, sottoforma di libro Dans la Nuit de Daech (Nella notte di Daesh, dall'acronimo per indicare Stato Islamico dell'Iraq e della Siria).
 
Il primo dato incredibile è che questa donna, una delle 220 francesi che si sono recate di loro volontà in Siria durante i combattimenti, abbia potuto portare con sé il suo bambino di soli quattro anni. Proprio l'orrore che il piccolo stava vivendo e avrebbe continuato a subire l'ha riportata velocemente alla ragione. Purtroppo, troppo tardi: si trovava già a Raqqa, capitale dell'auto-proclamato Califfato dell'Isis. Il secondo punto da tenere a mente, per partire, è che Sophie, 34 anni, non era neppure musulmana, ma di origine congolese e nata da una fervente famiglia cattolica. Dopo la morte della madre viene cresciuta dalla sorella maggiore, che vive nei sobborghi parigini. Qui, lavorando come assistente sociale incontra un gruppo di giovanissimi (Les Petits, i ragazzini, li chiama lei) che, lentamente, senza che se ne renda conto, la convertono e la radicalizzano. Nel settembre 2014, partono per la Siria.

All'oscuro del marito, peraltro ateo, la donna mantiene i contatti con i ragazzi, ma perde lucidità. Non sa spiegare a se stessa cosa è accaduto, così come poi non riuscirà a spiegarlo agli investigatori: "Pensavo di avere il controllo della situazione, ma ora capisco che probabilmente erano formati per reclutare persone come me", una donna fragile e insicura. Tanto da non pensarci a lungo: una manciata di mesi dopo (nel febbraio 2015), scappa a Raqqa passando per la Turchia. Dice al marito che deve andare per lavoro in un orfanotrofio di Istanbul. E porta con lei il loro unico figlio.

Entrata in città, comprende l'errore: desolazione e violenza, terrore e minacce. L'orrore però, è soppiantato da un'angoscia. Sa esattamente quello che potrà accadere al bambino: "Gli continuavo a parlare, cercavo di imprimere nella sua mente che io e suo padre lo amavamo, che doveva essere buono con le ragazze". Una sola la speranza: "Che se mi fosse successo qualcosa, potesse avere la mia voce in testa, e fosse incapace di uccidere". Un errore monumentale, lo chiama Sophie, e ne realizza la portata quando viene condotta in una casa piena di altre straniere, prigioniere entusiaste, che mostravano applaudendo ai loro bambini decapitazioni e uccisioni in tv. Non c'è soluzione, si dice, deve scappare. Un'impresa che ha condotto alla morte altre donne rinsavite troppo tardi. Non è chiarissimo come Sophie ci sia riuscita: di sicuro appoggiandosi prima ad una famiglia locale, che per lei ha rischiato la vita, e poi all'opposizione siriana, pare allertata dal marito.

A Parigi l'attendono i servizi segreti francesi, due mesi di prigione e la possibile accusa di sequestro di minore. Ma anche un marito comprensivo, al quale non sa dare risposte della sua follia. L'uomo le ha mostrato la fotografia ricordo che l'Isis gli aveva inviato, drammatico monito ad un padre disperato: il suo bambino in posa, con un fucile automatico in mano. Sophie dice che non sa perdonarsi, ma deve affrontare una nuova sfida: "Devo fare in modo che nessun altro venga trascinato in questo orrore".
 
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