La prima volta sotto gli occhi di tutti

L'episodio di La Spezia, dove una 16enne intenta in una fellatio in spiaggia è diventata l'attrazione della festa prima e l'intrattenimento su Whatsupp dopo, fa riflettere su quanto l'universo 2.0 abbia abbattuto tra gli adolescenti i muri del pudore a scapito di un po' di notorietà.

Social e chat hanno modificato il senso del pudore tra i giovani e il sesso: l'ultimo caso a La Spezia.


Sono, o per lo meno sembrano lontani, i tempi in cui la prima volta era un momento tutto per lei e lui e nessun altro. Quelli in cui ci si infrattava ed essere sorpresi da occhi indiscreti mandava a monte tutti i piani. Nel Terzo Millennio, tra social e chat, la fama ha vinto il pudore, la notorietà si è mangiata la timidezza. Il sesso si scopre online, le domande si fanno nei forum, le performance si condividono. Certo, quelle che racconta la cronaca sono le eccezioni e d’altra parte la famosa e discussa scena dello spogliarello de La Dolce Vita di Federico Fellini s’ispira a quello che la ballerina Aiché Nanà fece per davvero nel 1958, in un ristorante di Trastevere, davanti a ospiti con gli ormoni alle stelle.   

Tuttavia, l’episodio di La Spezia fa riflettere perché è solo l'ultimo di una serie. Forse il più fortunato visto che all'origine non c'è nessun ricatto. I fatti: a una festa in una spiaggia ligure, a inizio luglio 2015, un'intraprendente 16enne ha trasformato la sua fellatio fatta a un ragazzo poco più grande nello spettacolo per i presenti prima e nella performance virtuale poi, dopo che il video è sbarcato sul Whatsupp di tutti gli spettatori e da lì ha saltellato in quello di tutti gli amici degli amici fino ad arrivare anche sotto gli occhi dei genitori dei protagonisti. La Polizia postale - come esige il gergo della burocrazia - si è messa sulle tracce “dei responsabili”. Non del gioco erotico, s’intende, bensì della sua diffusione in rete. Come se fosse possibile fermare o anche solo rallentare la sua corsa.

Beata gioventù, beata spensieratezza. Perché è abbastanza sicuro che una ragazzina di 16anni sia perfettamente consapevole del fatto che i suoi amici (come lei stessa, d’altra parte) hanno in tasca uno smartphone: chi ha visto le immagini di La Spezia sostiene che si sentisse sicura di sé perché i capelli le nascondevano il viso. Di certo si era resa conto di essersi trasformata nell’attrazione della serata: la folla la incitava a dare il meglio di sé, qualcuno la mimava a ritmo, qualcun altro scattava un selfie, qualcun altro ancora registrava tutto. 

Un fenomeno che Kathya Bonatti, sessuologa ticinese e docente di sessuologia forense all’Università la Sapienza di Roma, studia da tempo, rivelando che all'origine non c'è spensieratezza, anzi: "La sessualità - spiega a Libera Tv ha un grande valore dal punto di vista sociale, tutto passa attraverso la sessualità, sia nel mercato che in riferimento al valore personale, quindi si realizza facilmente l’equazione: sei molto desiderato sessualmente uguale a vali molto. Nel momento che le persone non hanno una reale stima di sé, come spesso in adolescenza, hanno bisogno della rete per vendersi come persone di valore, e questo può avere delle conseguenze psicologiche negative importanti a medio-lungo termine, in particolare nelle ragazze, perché il sexting (la diffusione di contenuti a sfondo sessuale via smartphone, ndr) per i ragazzi spesso riguarda un vanto, mentre le ragazze diventano vittime…”.

Così, mentre ora la Procura setaccia tonnellate di indirizzi Ip per trovare il bandolo della matassa elettronica, la generazione dei genitori cresciuti con “la paura e la voglia di essere nudi” cantati da Claudio Baglioni (Questo piccolo grande amore, correva l’anno 1973), si accorge improvvisamente che qualcosa è andato storto. "Le responsabilità dei genitori - spiega ancora la dottoressa Bonatti parlando in generale sono innegabili e probabilmente preponderanti: in tutti i casi che emergono è sempre possibile riscontrare quanto i figli non vengano seguiti dai genitori, che fanno mancare loro anche la stima necessaria e non li accompagnano nel percorso di crescita. Spesso siamo di fronte a genitori bambini che scimmiottano il ruolo genitoriale e non sono in grado di seguire i propri figli, causando loro danni importanti, soprattutto a livello di autostima e fiducia in sé stessi".

S’è visto bene nella vicenda delle baby squillo dei Parioli. Loro hanno venduto la loro prima volta, poco più che bambine, quindici e sedici anni, per soldi usati per comprare smartphone e permettersi un pomeriggio di shopping sfrenato: sfruttate e incoraggiate dagli adulti che le circondavano, una madre compresa che divideva gli utili

Al di là delle indagini dei singoli casi che spettano alla magistratura, meriterebbe riflettere su come la sessualità di (alcuni) nativi digitali sia scissa dalle emozioni e sottomessa alle potenzialità (e ai rischi) dell’universo virtuale. Perché la rete non dimentica e le goliardate di gioventù, trasformate in byte, non si cancellano più.

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