Time: femminismo non è (più) la parola da bandire

I lettori del Time votano per abolire nel 2015 la parola "femminismo". Ma il web si rivolta e la rivista fa marcia indietro: "abbiamo sbagliato a inserirla nell'elenco". 

Secondo un sondaggio di Time Magazine "femminismo" è la parola da bandire. Ma il web si è ribellato e la rivista ha chiesto scusa.


È un gioco, ma nell'etere ha scatenato un putiferio. E alla fine, come in tutti i giochi (onesti), chi ha perso ha fatto marcia indietro. È andata così: come ogni anno Time Magazine ha scelto una serie di parole popolari nella rete e ha chiesto ai lettori di votare quella che avrebbero voluto bandire per sempre. Risultato: nel 2015 quella che non va giù al 40% degli internauti è "femminismo"L'invasione di post e cinguettii - scritti da donne tanto quanto da uomini - non si è fatta attendere. C'è chi ha commentato con amarezza "mi spiace che siate stufi di sentire la parola femminista. Io sono stufa di vivere in un mondo sessista". E chi ha stuzzicato con ironia: "dopo femminista vogliamo liberarci anche di parolacce come equità, uguaglianza e misoginia?", oppure "nello stesso giorno in cui l'uomo atterra su una cometa il Time vieta la parola femminista. Complimenti: un grande passo avanti e due indietro". La community Feminist Majority ha bombardato il sito del Time con 9833 email. È pure partita una petizione che ha raccolto 25mila firme perché la parola venisse eliminata dal sondaggio. E alla fine, così è stato. Ma andiamo con ordine.

Se nel passato a finire al patibolo erano stati acronimi e neologismi obiettivamente discutibili del tipo LOL (Laugh Out Loud, che ridere), OMG (Oh My God, oh mio Dio), YOLO (You Only Live Once, la vita è una sola), hashtag, selfie e se nel 2014 aveva vinto twerk - la danza che del fondoschiena resa celebre da Miley Cyrus - quest'anno sul gradino più alto del podio ci è finita un'identità, un'ideologia che, evidentemente, tocca un nervo ancora scoperto: la lotta tra i sessi da cui scaturisce un pezzo (notevole) della nostra cultura.

A questo punto la domanda sorge spontanea: chissà quali erano le altre candidate. Ebbene, "femminismo" ha avuto la meglio su influencer, yaaasssss, literally, bae (il nuovo baby), om nom nom nom (l'onomatopea "mmmmm", quando si assaggia qualcosa di goloso) e kale. Le reazioni non si sono fatte attendere. Femministe in prima linea che su Twitter si sono scatenate contro il magazine ricoprendo d'insulti Katy Steinmetz, una delle autrici della lista, che si è affrettata a precisare che non si voleva attaccare il femminismo ma l'uso che ne fanno i media.  

Il sito 4chan ha messo benzina sul fuoco dal momento che, a votazioni ancora aperte, ha ripreso il sondaggio spingendo ancora più su la parola che scalda gli animi, ispira sempre più star che finiscono per svuotare il significante del suo significato. Vedi Beyoncé che è accusata di essersi appropriata del Ted talk di Chimamanda Adichie "persona che crede nell’uguaglianza sociale, politica ed economica tra i sessi", di averlo infilato nella sua canzone, Flawless e di averlo usato pure come sfondo dei suoi concerti. A seguire il dito è stato puntato contro Taylor Swift, Lena Dunham, Lady Gaga, Miley Cyrus. Non si è salvato dall'ostracismo popolare nemmeno il discorso di Emma Watson alle Nazioni Unite. 

A spezzare una lancia in favore delle star è stata Roxane Gay, autrice di Bad Feminist, che ha twittato: "In quale universo è un problema che le celebrities supportino il femminisimo rendendolo popolare?". E ancora: "Non è che per caso quelli del Time stanno con Women Against Femminism?", il noto Tumblr in cui alcune donne si sono appese al collo cartelli in cui spiegavano perché a loro il femminismo non serviva dato che amano gli uomini, i commenti sul corpo, cucinare le torte di mele e chi più ne ha ne metta.

Alla fine il Time ha dovuto chiedere scusa perché - fa pubblica ammenda la direttrice Nancy Gibbs - la parola non doveva essere inserita in un elenco di parole da bandire. "La sfumatura ironica è andata perduta e ci dispiace che la sua inclusione sia diventata una distrazione dall’importante dibattito su uguaglianza e giustizia". E fu così che la parola da bandire nel 2015 divenne la parola del secolo.

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