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Circoncisione femminile: il 6 febbraio la Giornata per dire "basta"

Centotrenta milioni di donne nel mondo hanno subito mutilazioni ai genitali, 3 milioni le bambine a rischio. La circoncisione femminile è la più diffusa, il 6 febbraio è la Giornata Internazionale per dire "basta". 

La circoncisione femminile è la più diffusa delle mutilazioni genitali: il 6 febbraio la Giornata Internazionale per fermare la pratica.


La circoncisione femminile è solo la più praticata delle quattro voci dell’orrore; escissione del clitoride, infibulazione o circoncisione faraonica e mutilazioni genitali sono le altre tre. La classifica è dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha fatto i calcoli: 130 milioni di donne sono già state mutilate, 3 milioni di bambine, ogni anno, sono a rischio. Ovunque nel mondo, perfino in Italia. Perché i rapporti raccontano un’abitudine dura a morire, subita dalle figlie, inflitta anzitutto dalle madri, fedeli alla cultura ereditata, convinte di fare la cosa giusta. E invece. Invece di circoncisione femminile si può anche morire, basta un’infezione o un’emorragia. E quando si sopravvive la quotidianità è tempestata di cisti, i rapporti sessuali sono difficili e dolorosi. I parti non ne parliamo: capita che il bambino muoia, stremato dai tentativi di venire al mondo attraverso una via d'uscita troppo stretta.    
   
Come è successo ad Hamdi Abdurahman Ahmed, 30enne originaria del Somaliland, dal 2007 residente a Firenze, dove oggi lavora come mediatrice culturale. “Il primo figlio mi è morto dentro mentre cercavo di darlo alla luce - ha raccontato al Corriere della Sera -. Lui era podalico e io ero cucita troppo stretta. Da noi si dice che un bimbo podalico porterà sventura, così la sua morte fu interpretata come un destino. A nessuno, nemmeno a me, venne in mente che era stato soffocato dalla mia infibulazione”. Perché in alcune società dal Corno d’Africa al Gambia la circoncisione femminile è un dato di fatto, la prova di rispettabilità, la certezza della castità: “Per me l’infibulazione era una condizione naturale, come respirare - racconta Hamdi - finché un giorno s’è ribaltato tutto. Ci insegnano che è normale, che la sofferenza è parte della femminilità. Invece no, non è vero. Oggi tento di risvegliare i ricordi di altre donne, alzando la mia voce contro l’infibulazione”. 

La battaglia legale

Una battaglia che l’Italia dovrebbe combattere in prima linea dal momento che i dati (aggiornati al 2009) stimano in 35mila le vittime di circoncisione femminile, numeri che assegnano alla Penisola il quarto posto - dopo Gran Bretagna (170mila donne), Francia (53mila) e Svezia (42mila) - nella classifica europea in questione. Eppure molto è stato fatto e qualcosa è cambiato anche se del tanto clamore che fece Non C'è Pace Senza Giustizia, la campagna che Emma Bonino iniziò negli anni Novanta organizzando eventi, convegni e conferenze sul tema, è rimasto un’eco lontana. 

La legge 7 del 2006 prevede da 3 a 16 anni per chi pratica la circoncisione femminile ma le denunce si contano sulle dita di una mano e dei 5 milioni l’anno che proponeva di stanziare per indagini, campagne e corsi di formazione per docenti e mediatori si sono visti solo spiccioli; nel 2010 le firme raccolte in tutto il mondo dal movimento Non C'è Pace Senza Giustizia sono sbarcate all'Assemblea generale delle Nazioni Unite e il 20 dicembre 2012 è stata approvata la risoluzione sulla messa al bando universale delle mutilazioni genitali femminili. Il 5 febbraio 2013, Plan Italia e Nosotras hanno lanciato la petizione Stop alle Mutilazioni Genitali chiedendo ai governi di impegnarsi concretamente: il 1º giugno 2015 l’ha fatto, per primo, l’allora presidente nigeriano Goodluck Jonathan istituendo il reato di mutilazione genitale femminile. Massimo della pena 4 anni di carcere e una multa pari a 900 Euro. Il 6 febbraio è la Giornata Mondiale contro l'infibulazione e le mutilazioni genitali femminili, il dipartimento per le Pari opportunità ha assicurato che pubblicherà le iniziative finanziate finora. 

La battaglia (anche) psicologica

Nel frattempo sono state le realtà locali a gestire la circoncisione femminile che quando si trasforma in un problema, non va risolto solo da un punto di vista fisico ma anzitutto psicologico. Cristina Vecchiet, psicoterapeuta all’ospedale triestino, lo sa bene: “I medici non dovrebbero chiamarla 'mutilazione' perché per le donne non lo è: lo diventa dopo il processo migratorio, mentre prima è la loro cultura. Se poi chiedono di essere de-infibulate, occorre renderle protagoniste di tutto il percorso, riscattandole dalla sottomissione muta subita al momento del taglio”.

Perché quando una donna mette in discussione una circoncisione non lo fa quasi mai per ragioni etiche, quelle arrivano dopo. Prima si fanno i conti con il “ristagno di liquidi, i rapporti sessuali dolorosi, la volontà di partorire senza cesareo” spiega Salvatore Alberico, responsabile di ginecologia all’ospedale Burlo Garofalo di Trieste. La preparazione emotiva degli interventi di de-infibulazioneè lunga e scandita da conflitti interiori, poiché si teme il giudizio della famiglia che esercita una forte pressione, anche dall’Africa. Dei 9 casi trattati qui in 4 anni, 7 mariti erano africani e hanno appoggiato le mogli senza riserve”. “È un modello culturale complesso, da affrontare senza pregiudizi”, gli fa eco Aldo Morrone, ora presidente dell’Istituto mediterraneo di Ematologia e in passato direttore di un centro sanitario per i migranti all’ospedale San Gallicano di Roma. “Per alcune, de-infibularsi in vista del parto equivale a tradire le proprie radici”. 

Mutilazioni genitali femminili: ecco di cosa parliamo

Il problema del problema è che molti medici non distinguono i vari tipi di circoncisione femminile: le circolari della Asl non circolano come dovrebbero e ai corsi di formazione gli operatori non sempre sono preparati. Una volta per tutte, eccole, le 4 voci che andrebbero cancellate: circoncisione ovvero l'asportazione della punta della clitoride, con fuoriuscita di sette gocce di sangue simboliche; clitoridectomia ovvero circoncisione del prepuzio clitorideo e taglio totale o parziale delle piccole labbra; escissione del clitoride ovvero circoncisione del prepuzio e della clitoride e rimozione parziale o totale delle piccole labbra; infibulazione o circoncisione faraonica ovvero escissione parziale o totale dei genitali esterni. In quest’ultimo caso i due lati della vulva vengono poi cuciti lasciando solo un piccolo passaggio nell’estremità inferiore, per l’emissione del flusso mestruale e dell’urina. Il 6 febbraio tutte le donne dovrebbero fare qualcosa per capire, spiegare e poi fermare tutto questo.

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