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Olio di palma: il più diffuso (e dibattuto) del Pianeta

Da quando è diventato obbligatorio dichiarare la presenza di olio di palma nelle etichette, il dibattito si è infuocato additandolo pericoloso per la salute e per l'ambiente. Ecco come stanno le cose.

L'olio di palma è il più diffuso al mondo. La maggior parte deriva da Indonesia e Malesia.


Tra le corsie del supermercato si professano tutti grandi conoscitori dell’olio di palma. A scendere nel dettaglio, però, in pochi sanno di che cosa si tratta. Se le piante da cui deriva avessero orecchie, fischierebbero di continuo: da quando è diventato obbligatorio dichiararlo (prima rientrava nella generica indicazione “oli vegetali”) il dibattito si è infuocato, spaccando in due l’opinione pubblica. Tra chi lo difende e chi lo condanna, le effettive proprietà della materia prima sono passate in secondo piano. 

Da un lato ci sono i promotori della petizione Stop olio di palma (tra i marchi che l’hanno bandito ci sono Coop, Esselunga, Carrefour, Crai, Ikea, Ld Market e Picard), preoccupati dei potenziali rischi per organismo e ambiente, dall'altro i membri di Aidepi (Associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane), che in piena estate 2015 hanno reagito alla campagna con un’approfondita campagna pubblicitaria. 

Perché è il più diffuso?

In mezzo c’è la realtà dei fatti: ad oggi è l’olio vegetale più diffuso nel mondo. Nel 2014, dei 173 milioni di tonnellate di oli vegetali, 60 erano di olio di palma. Il perché è presto spiegato: la pianta da cui deriva - l'86% della produzione arriva da Malesia e Indonesia - offre un raccolto assai più cospicuo rispetto alle coltivazioni che, per esempio, richiederebbero la soia o il girasole. Un altro motivo del suo successo è il suo sapore neutro che non influenza il sapore degli alimenti. Infine allunga i tempi di conservazione e il rapporto qualità-prezzo lo candida, pressoché ad essere imbattibile sul mercato. Tanto che si ritrova non solo nei prodotti alimentari, ma anche nel settore cosmetico, energetico, farmaceutico e persino nella produzione di mangimi.

L'olio di palma fa male?   

Diciamolo fin da subito: prima della diffusione dell’olio di palma l’industria alimentare usava i grassi idrogenati, decisamente più dannosi per la salute. Fatta questa premessa, l’allarmismo degli ultimi mesi è stato ridimensionato da diversi studi scientifici - tra cui quello dell’istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri e dall’Università delle Nazioni Unite -, che hanno rivisto il ruolo negativo degli acidi grassi saturi sull’innalzamento del colesterolo sanguigno, principale fattore di rischio delle malattie cardiovascolari. Il fatto che l’olio di palma sia privo di colesterolo non significa che faccia bene: come il burro contiene una quantità di acidi grassi saturi molto elevata rispetto ad altri oli. 

Pericoloso per l’ambiente?  

Qui il terreno si fa scivoloso: la Rspo (Roundtable on sustainable palm oil), l’organizzazione internazionale nata nel 2004 per garantire standard di sostenibilità ambientale e sociale da parte dei suoi membri, utilizza criteri di certificazione piuttosto generici e quando nel 2012 Altroconsumo è andato in Indonesia per un’inchiesta sul campo, “nessuna delle piantagioni Rspo ci ha permesso nel 2012 di visitarla”. 

Ai tempi abbiamo trovato una situazione pessima - spiegano dal portale -. Il 70% delle coltivazioni si trovava in aree prima occupate da foreste, che erano state distrutte o incendiate, causando la scomparsa dell'80-100% delle specie animali che le abitavano: un danno enorme alla biodiversità tipica di queste aree e un contributo pesantissimo all'impennata di gas serra nell'atmosfera. Senza contare le violazioni dei diritti territoriali delle comunità indigene, con espropriazioni delle terre dei contadini e deportazioni di interi villaggi”. La denuncia di come la deforestazione sia andata avanti negli anni anche in aree "certificate" è stata fatta da un’inchiesta di Greenpeace.

Per fare maggior chiarezza il WWf ha promosso la creazione del Poig (Palm oil innovation group) a cui hanno aderito diverse aziende, tra cui Ferrero e Unilever. Eva Alessi, responsabile sostenibilità Wwf, ha dichiarato: “L’organizzazione nasce per dare criteri aggiuntivi, con impegni molto vincolanti per i suoi membri. L'obiettivo è che diventino progressivamente degli standard di Rspo". Nel frattempo il dibattito va avanti.

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