Genocidio a Srebrenica: vent'anni dopo il ricordo di chi è sopravvissuto

Tra l'8 e il 17 luglio a Srebrenica e dintorni, più di 10mila bosniaci musulmani vennero uccisi delle forze serbo-bosniache al comando del generale Ratko Mladic. Non fu un crimine ma un "genocidio" che in questi giorni il mondo ricorda: sabato 11 luglio sarà lutto nazionale in tutta la Bosnia-Erzegovina. Attesi leader da tutto il mondo per la commemorazione. 

Il genocidio di Sbrebrenica ha ucciso più di 10mila bosniaci tra l'8 e il 17 luglio 1995.


Vent’anni fa, a Srebrenica e dintorni andò in scena il volto peggiore dell’uomo. Soldati delle forze serbo-bosniache al comando del generale Ratko Mladic presero gli uomini bosniaci e musulmani dai 12 ai 77 anni e li separarono dalle donne e dai bambini e dagli anziani. Gli dissero che sarebbero stati sfollati. In realtà vennero caricati su camion, fatti scendere, uccisi e sepolti in fosse comuni

Dal 7 al 18 luglio 1995 morirono più di diecimila persone. Non fu un crimine ma un “genocidio” come ha stabilito il Tribunale Penale dell’Aja per la ex Jugoslavia (Icty). Un genocidio che il 9 luglio 2015, più di novemila uomini, donne e bambini, dai 5 ai 75 anni, hanno ricordato sfilando nella Marcia per la pace perché massacri del genere non devono più accadere. Un genocidio che sabato 11 luglio, sarà ricordato nella giornata di lutto nazionale in tutta la Bosnia-Erzegovina, un anniversario che richiamerà nella ex Jugoslavia almeno 50mila persone e leader da tutto il mondo. A rappresentare l’Italia ci sarà la presidente della Camera, Laura Boldrini, a guidare la delegazione Usa, Bill Clinton.

Leader di paesi che aprirono gli occhi troppo tardi, a massacro ormai compiuto: "Vent'anni fa - ha detto la Boldrini  intervenendo ad un convegno a Montecitorio - l'Europa intorpidita osservava con distacco le vicende che si svolgevano a pochi chilometri dai propri confini. L'Italia, che pure solo il Mar Adriatico separa dai territori della Jugoslavia ormai in disgregazione, aveva accolto un numero limitato di rifugiati e non subiva - a differenza di altri Paesi come la Germania, la Svezia, l'Austria - l'impatto dell'afflusso di decine di migliaia di persone in fuga". 

Persone che scappavano da una guerra civile che aveva lacerato uno stato, l’Ex Jugoslavia, dove i conflitti sopiti per quasi un secolo da Tito erano esplosi come bombe a orologeria. “In quel luglio del 1995 - ha proseguito la Boldrini -, la comunità internazionale non agì per fermare il massacro di oltre ottomila uomini, ragazzi e bambini; non agì per impedire la caccia all'uomo tra i boschi che separavano Srebrenica da Tuzla; non agì per evitare le violenze e gli stupri di centinaia di donne; non agì per far sì che non avvenisse la pulizia etnica - termine che fu coniato proprio in quegli anni dagli aguzzini - di Srebrenica e delle zone circostanti". 

Una vera e propria “via della morte” che la Marcia del 9 luglio ha ripercorso a ritroso, dal villaggio di Nezuk, nei pressi di Tuzla, seguendo le orme dei 15mila uomini e ragazzi che, attraverso i boschi, cercarono la salvezza nella zona sotto il controllo delle forze governative, dopo la conquista di Srebrenica da parte della truppe serbe al comando del generale Ratko Mladic. Chi si rifugiò nei compound dei caschi blu olandesi - circa 300 persone - s'illuse di essere al sicuro: la morte arrivò quando i soldati che avrebbero dovuto proteggerli li fecero uscire, consegnandoli ai carnefici

In questi giorni sfilano donne che erano bambine, anziani che erano adulti, genitori che hanno perso figli e viceversa.  Ognuno, da quelle parti, in quell’estate del 1995, ha perso un pezzo di sé. Famiglie spezzate, vite buttate via come carta straccia, follia pura. "Oggi, dunque - ha proseguito il presidente della Camera -, sta a tutti noi, esponenti delle istituzioni dei Paesi occidentali e semplici cittadini, riconoscere la nostra corresponsabilità per quanto accadde a Srebrenica". 

Ma perché le ferite si rimargino del tutto, ha detto ancora Boldrini “occorre che i responsabili dei crimini commessi in Bosnia-Erzegovina siano assicurati alla giustizia, sia internazionale che nazionale”. Così come è necessario che la parola "genocidio" sia universalmente accetta. Parola che ancora divide: vedi il veto posto dalla Russia a un testo presentato dalla Gran Bretagna all'Onu che non ha gradito il riferimento ai fatti di Srebrenica. 

C'è ancora tanta strada da fare, perché le ferite si rimargino: una cammino che impiega molto più tempo di quanto non sia servito per scrivere una delle pagine più vergognose del secolo scorso.

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