Inge Lehmann: Google celebra la studiosa dei terremoti con un doodle

Google celebra con un doodle Inge Lehmann, la geologa danese che studiò la parte interna della Terra rivelando scoperte che ancora oggi sono decisive. L'anniversario coincide con nuove scosse di terremoto in Nepal.

Il doodle con cui Google celebra Inge Lehmann, la geologa danese che studiò la parte interna della Terra.


Se sappiamo com'è fatta la Terra che sta sotto i nostri piedi è anche grazie agli studi di Inge Lehmann, la geologa danese nata il 13 maggio di 127 anni fa, che Google celebra con il suo doodle quotidiano. Nel logo del motore di ricerca, al posto della prima O, c'è la Terra aperta in due con il nucleo in bella vista: questo perché gli studi della Lehmann sono stati decisivi per capire com’è fatta la parte più interna del nostro pianeta e come si comportano i movimenti degli strati profondi e della crosta terrestre quando si verificano i terremoti. 

Un'anniversario, spiega Google, reso attuale e drammatico dalle “notizie di una nuova scossa di terremoto in Nepal che creano un triste contesto intorno a questo post, e ci ricordano dell’importanza della scienza nella previsione dei terremoti al fine di salvare un maggior numero di vite.” 

Nel 1936 la scienziata pubblicò uno studio in cui ipotizzava che il nucleo della Terra fosse suddiviso in due parti distinte. Quella interna essere allo stato solido, quella esterna (la cui esistenza è stata poi confermata dalle scoperte di Richard Dixon Oldham) si comporta invece come un fluido. L’interazione tra queste due zone determina la diffusione delle scosse in superficie, e quindi la direzione che prendono i terremoti e gli assestamenti che li seguono nelle settimane successive. 

Conclusioni a cui la Lehmann arrivò analizzando i dati raccolti da alcuni sismografi installati in Nuova Zelanda, una delle zone più esposte ai movimenti tellurici, durante una serie di terremoti. I suoi studi hanno anche contribuito in modo decisivo alla descrizione delle onde P, un tipo di onda sismica che si propaga ad alta velocità e quindi è tra i primi ad essere registrato dai sismografi. Oggi questi segnali sono considerati decisivi nella ricerca di strumenti capaci di prevedere i comportamenti degli strati profondi e superficiali del pianeta.

Il senso di quella ricerca, come ha ricordato Mountain View, diventa ancora più urgente a diciassette giorni dalla tragedia che ha fatto oltre 8.100 morti in Nepal e che è tornata ad aggiornare il suo bilancio di sangue. Il 12 maggio la nuova serie di scosse (di magnitudo 7.3 la più intensa, seguita da altre sei più leggere), ha fatto più di 80 vittime tra India e Nepal e causato nuovi crolli a Kathmandu e frane nelle valli circostanti. L’epicentro a Namche Bazar, 80 chilometri a est di Kathmandu, a 3.500 metri di quota. Il villaggio è uno dei punti di sosta lungo il cammino che porta verso il campo base dell’Everest. Una zona che oggi, dopo le frane è quasi deserta. La scossa è stata avvertita anche nel campo allestito dalla Protezione Civile italiana: il coordinatore Stefano Ciavela, contattato dall’Ansa, ha spiegato che l’equipe (39 persone) non ha subito danni. Le attività di soccorso continueranno fino a fine settimana, quando è programmato il rimpatrio.

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