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Tachipirina in gravidanza: cosa c’è da sapere

Si può prendere la tachipirina in gravidanza? Sì ma, come con tutti i farmaci durante la gestazione (e non solo), è indispensabile usare alcune accortezze.
 

La tachipirina in gravidanza si può assumere ma è importante rimanere entro le dosi consigliate e non prolungare troppo la somministrazione. © Vadim Guzhva/123rf


Tachipirina in gravidanza: sì o no? Storicamente considerato il più sicuro tra i medicinali che si possono assumere durante la gestazione, la medicina da banco a base di paracetamolo è consigliata dai ginecologi quando si presenta qualche disturbo durante la dolce attesa. In effetti, se non ci sono controindicazioni personali (come un’allergia pregressa al farmaco), la tachipirina in gravidanza si può assumere ma è importante non esagerare con le dosi e limitarne l’uso alle situazioni di reale necessità (febbre alta o dolori persistenti, come mal di testa o sciatalgia).
 

Paracetamolo in gravidanza: quando e come assumerlo?

Anche se, in ogni caso, è consigliabile rivolgersi a un medico per conoscere il dosaggio di tachipirina che si può assumere, in generale vale la regola secondo la quale non si dovrebbe mai superare la dose massima giornaliera (che è pari a 3 grammi) e si dovrebbero sempre rispettare intervalli di 4/6 ore tra una somministrazione e l’altra. Il sovradosaggio, specialmente in gravidanza, può infatti causare danni al fegato e ai reni della mamma e questi problemi, stando ai recenti studi scientifici, potrebbero interessare anche il feto durante la sua formazione. La tachipirina in allattamento, poi, è considerata un farmaco sicuro perché - se assunta nelle dosi consigliate - passa al latte materno solo in minima parte e dunque non causa problemi per il bambino.
 

Quando la tachipirina in gravidanza fa male

Alcuni studi scientifici recenti, però, hanno sottolineato la presenza di controindicazioni legate all’assunzione prolungata di tachipirina (e paracetamolo in genere) durante la gravidanza. Una ricerca dell’Università di Edimburgo, pubblicata nel 2015 su Science Translational Medicine Reports, ha evidenziato - per esempio - che l’assunzione prolungata di questo medicinale potrebbe essere dannosa specialmente per i feti maschi perché aumenterebbe il rischio di infertilità. L’analisi, condotta su alcuni topi che portavano innesti di tessuto testicolare umano, ha però concluso che questo rischio si manifesta solo quando il consumo del farmaco è abituale e non si limita all’occasione specifica di risoluzione di un malessere.

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