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Femministe: le italiane in lotta per il diritto al voto

Breve excursus di un secolo alla ricerca di pari diritti per uomini e donne: dalle femministe lombarde alle partigiane della Seconda Guerra Mondiale fino al suffragio femminile del 2 giugno 1946.

Femministe: la pedagogista Maria Montessori invita le donne a iscriversi alle liste elettorali nel 1906.


Anche se l'Italia celebra il suffragio universale femminile il 2 giugno 1946, le donne dovrebbero ricordare il primo febbraio del 1945 quando il diritto al voto divenne legge. Sia come sia, il cammino che condusse le donne alle urne dura poco meno di un secolo e ha per protagonisti (poche) donne e (pochi) uomini: quello italiano è un femminismo che stenta a ingranare e ad ottenere risultati. 

Tutto ha inizio nella seconda metà del 1800, quando nel Codice di Famiglia del 1865 l’altra metà del mondo è poco più di un accessorio: se è prevedibile l’interdizione ai pubblici uffici, lo è meno quella alla tutela dei propri figli o a gestire (se mogli) lo stipendio guadagnato con il sudore. D’altra parte tutto ciò che aveva a che fare con il patrimonio era competenza del marito. Marito che poteva liberamente tradire (ma non avere più mogli) a differenza della moglie che, se adultera finiva dietro le sbarre da tre mesi a due anni. Per dirla con le parole di Vincenzo Gioberti "La donna, insomma, è in un certo modo verso l’uomo ciò che è il vegetale verso l’animale, o la pianta parassita verso quella che si regge e si sostenta da sé". 

Femminismo: gli albori lombardi

Un vegetale, o un parassita che contrariamente a ciò che scrive il primo Presidente della Camera dei deputati del Regno di Sardegna, pensa di testa sua, si organizza e muove le acque della società. Le prime ad agitarsi sono quelle lombarde: ci sono le “giardiniere” simpatizzanti carbonare Teresa Casati Confalonieri e Bianca Milesi, le salonnières Vittoria Cima e Clara Maffei e le educatrici Selene Anselmi Kramer e Laura Solera Mantegazza. E poi la combattente Luisa Battistotti Sassi e l’aristocratica Cristina Trivulzio di Belgiojoso, cresciuta a pane, salotti e rivoluzione grazie all’influenza della pittrice (e carbonara) Ernesta Legnani Bisi

C’è un fitto intreccio di relazioni, sia familiari, sia d'elezione, che danno vita a iniziative e opere anticipando il futuro associazionismo - spiega la storica Emma Scaramuzza, autrice di Di madri, di figlie e di sorelle: amicizia e impegno politico in Lombardia nel lungo Ottocento (FrancoAngeli 2010) -; un filo rosso lega un'icona come Adelaide Bono Cairoli, madre eroica capace di subordinare all'amore di patria l'amore per i quattro figli, a Gualberta Adelaide Beccari, fondatrice nel 1868 del primo periodico emancipazionista 'La donna'”. In tutto questo fermento - di cui fanno parte anche Laura Solera Mantegazza fondatrice dell’Associazione generale di mutuo soccorso e istruzione per le operaie di Milano e Rina Faccio (alias Sibilla Aleramo) - non va dimenticato il ruolo di uomini come Mazzini e Garibaldi (che di nome fanno entrambi Giuseppe).  

Movimento femminista: dall’unità d’Italia al Fascismo

La femminista lombarda Cristina Trivulzio di Belgiojoso in un dipinto di Hayez.

Con l’Unità d’Italia l’emancipazione delle donne fa un passo indietro: se infatti in Toscana e in Veneto godevano del diritto di voto ma non potevano essere elette, dopo il 1861 il Paese le esclude del tutto dalla vita politica: “i cittadini dello Stato” sono gli uomini. Ma dalla Lombardia le (autoproclamate) “cittadine italiane” vanno dritte per la loro strada e portano una petizione fino alla Camera rivendicando il diritto di voto. Il tentativo fallì come fallirono i disegni di legge presentati negli anni, da parlamentari uomini, da Mazzini a Salvatore Morelli, anche detto “il deputato delle donne”. Perché nonostante qualche voce isolata - tra tutte spicca quella di Anna Maria Mozzoni, la più strenua sostenitrice del suffragio universale dei tempi - come scrisse Cristina Trivulzio di Belgiojoso nel 1866, l’Italia non è pronta perché le donne, anzitutto, non lo sono: “quelle poche voci femminili che si innalzano chiedendo dagli uomini il riconoscimento formale delle loro uguaglianza formale, hanno più avversa la maggior parte delle donne che degli uomini stessi. Le donne che ambiscono a un nuovo ordine di cose, debbono armarsi di pazienza e abnegazione, contentarsi di preparare il suolo, seminarlo, ma non pretendere di raccoglierne le messi". Conclusione a cui l’anno dopo arriva anche Mazzini: “nulla si conquista, se non è meritato” scrive all’amica e suffragista inglese Clementia Taylor, per poi convenire con il collega Morelli che i tempi non erano maturi. 
 
Bisogna aspettare il 1890 quando, con la legge 6972 del 17 luglio, le donne possono votare e farsi eleggere nei consigli di amministrazione delle istituzioni di beneficenza: un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per il Paese. Sette anni dopo debutta a Roma l’Associazione nazionale per la donna, nel 1899 l’Unione femminile nazionale a Milano e nel 1903 si riunisce il primo Consiglio nazionale delle donne italiane. Donne che trovano le loro leader: dalla studiosa di pedagogia Maria Montessori che nel 1906, dalle pagine de La Vita, invita le altre a iscriversi alle liste elettorali alla maestra elementare Adelaide Coari che l’anno dopo sottopone a un congresso a Milano il suo Programma minimo femminista chiedendo (anche) il diritto al voto. Le piccole grandi conquiste fanno il resto: le donne iniziano a guidare (la prima a prendere la patente è Ernestina Prola, nel 1907), a laurearsi e ad intraprendere professioni fino a quel momento feudo maschile. Vedi Teresa Labriola che per prima, nel 1912, s’iscrisse all’Albo degli Avvocati e vedi Carlotta Chierici e Argentina Altobelli che furono elette al Consiglio Superiore del lavoro.

Gli anni prima della Grande Guerra sono segnati da proposte e disfatte - famosa la bocciatura da parte di Giovanni Giolitti che definì il voto alle donne “un salto nel buio”- finché il fronte irrompe nella vita cittadina e le donne, rimaste a casa, presero i posti un tempo occupati dagli uomini salvo poi dovervi rinunciare alla fine del conflitto, quando vennero accusate di rubare il lavoro. Il dibattito sul suffragio femminile, però, riprese vigore: fu approvato alla Camera il 6 settembre 1919 ma il Parlamento fu sciolto e la discussione rimandata. 

Donne, emancipazione e ventennio fascista     

Quando nel 1922 Benito Mussolini salì al governo annunciò dal palco del IX Congresso della Federazione Internazionale Pro Suffragio che avrebbe concesso alle italiane il voto amministrativo. Italiane di un certo tipo, però, che il 9 giugno vennero descritte nel disegno di legge Acerbo: madri o vedove di caduti in guerra, eroine della Patria, donne istruire o benestanti. Di fatto fu un’illusione: la legge approvata il 22 novembre 1925 che dava alle donne (quelle donne) il diritto di voto anche passivo in ambito amministrativo fu di fatto invalidata dalla riforma podestarile che annullava ogni elettorato amministrativo.

Nel Ventennio fascista le conquiste delle femministe vengono annullate.

Gli anni del Ventennio furono quelli dell’oscurantismo: le donne sono invitate a stare a casa e a fare le madri, gli stipendi dimezzati (per legge) rispetto a quelli dei colleghi, a scuola le studentesse pagano tasse doppie, le insegnanti perdono il diritto ad insegnare alcune materie e nessuna può diventare preside. La carriera nella pubblica amministrazione si fa inaccessibile e il diritto di famiglia relega la donna a proprietà dell’uomo, al quale deve “sudditanza e, quindi, inferiorità spirituale, culturale ed economica” come spiegò il teorico fascista Ferdinando Loffredo nella Politica della Famiglia. Infine, nel nuovo Codice Penale, l’articolo 587 contempla il cosiddetto "delitto d’onore”, ovvero pena ridotta di un terzo per omicidio di moglie, figlia o sorella colpevole di aver infangato l’onore suo o della famiglia.      

Partigiane prima, elettrici poi 

La Storia della Resistenza racconta che le donne non esitarono a mettere a rischio la loro vita per liberare l’Italia: il 20% dei partigiani era donna, più di 75mila aderirono ai gruppi di Difesa, in 4563 vennero arrestate, torturate e condannate, in 623 fucilate, 2750 deportate, 512 Commissarie di guerra, 15 decorate con Medaglia d’Oro. Per questo, ma non solo per questo, il 1 febbraio del 1945, Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi propongono e il Parlamento approva il diritto di voto alle donne. La Costituzione dell’anno dopo mette donne e uomini sullo stesso piano anche se, di fatto, il Codice di Famiglia e quello Penale ancora la pensano diversamente. Ma per quella rivoluzione bisogna aspettare altri vent’anni. Per la parità vera, al di là delle leggi, chissà, ancora quanto.


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