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Il giorno della Memoria: la voce di chi non ha dimenticato

Quindici milioni di morti nei campi di concentramento e sterminio nazisti: il Giorno della Memoria è la data per ricordarli. Come ha fatto Grazia Fontana, classe 1990, in gita a Sachsenhausen quando ne aveva 16.

27 gennaio, il giorno della Memoria, commemora la liberazione del campo di Auschwitz e tutte le vittime dell'Olocausto.


Il giorno della Memoria è (anche) per noi che non c’eravamo il giorno della liberazione del campo di Auschwitz. Noi che abbiamo letto libri, ascoltato racconti, visto film; per noi che nei campi di concentramento e sterminio nazisti ci siamo andati da turisti; per noi che siamo i figli e i nipoti e gli sconosciuti conoscenti degli uomini e delle donne che quell’orrore l’hanno vissuto sulla pelle e nella carne, spesso senza trovare le parole per descriverlo. Per questo il 27 gennaio - il Giorno della Memoria che commemora 15 milioni di uomini e donne di ogni età, tra cui 5-6 milioni di ebrei, ammazzati in pochi anni -, è così importante: perché chi non ha memoria dell’Olocausto (dal greco “bruciato dentro”) possa ereditarla, quella memoria di quelle vite ammazzate, e custodirla nel cuore come si custodisce un ricordo prezioso, orribile, irripetibile. 

Grazia Fontana è nata nel 1990. Aveva 16 anni quando si è ritrovata a Berlino: l’occasione era il gemellaggio con il suo Liceo di Palermo, la gita a Sachsenhausen, il campo di concentramento a 35 chilometri a nord della città, una tappa obbligata. Il clima festoso della “città tutta nuova da scoprire” si spezza quando Grazia sale sul pullman e inizia a sentire che “qualcosa sta cambiando nell’umore”. Il tragitto è breve, il silenzio più silenzioso del solito. Il resto lasciamo che lo racconti lei, senza filtro, così come se lo ricorda, nel suo Giorno della Memoria.   

Poi arrivi lì davanti e la prima cosa che vedi è quell’enorme cancello con la scritta Arbeit Macht Frei, il lavoro rende liberi. A 16 anni quello che pensi è: 'vero, finisco la scuola e sono libera, potrò lavorare', poi ci pensi bene e dici 'ma perché questa scritta deve stare sopra un enorme cancello?' e ti chiedi: dov'è la libertà quando questo ammasso di ferro si chiude dietro di te? Allora inizi a sentire le gambe pesanti, i professori vanno avanti e tu li segui, li segui perché non hai nessun altra possibilità, il cancello si chiude dietro di te e tu sei costretta a seguire, in fila, uno dietro l'altro e non lo fai apposta ma i piedi si trascinano e non hai la forza di alzarli. Allora si alza tutta la polvere e inizi a tossire, a respirare male, a immaginare. Vedi le loro divise, con quel numero scritto, e inizi a contare ma i numeri non bastano per raccontare tutte le persone che sono state private della loro identità: non solo non avevano diritto a una vita, ma non avevano nemmeno diritto a un nome. Ti ripeti che lo sapevi, te l’avevano già spiegato in classe, ma vedere è tutta un’altra cosa. Poi arrivi nella stanza delle docce, nelle camere a gas e tutto si ferma intorno a te: l'aria inizia a mancare e il cuore ti sale in gola e l'unica cosa che puoi fare è piangere perché non puoi restare impassibile sapendo che lì milioni di donne, bambini e uomini hanno perso la vita per un ideale inutile”.

Guardi i tuoi compagni di classe tedeschi e vedi che stanno provando le tue stesse emozioni, prigionieri anche loro, a modo loro, di un passato che non gli appartiene, di una generazione passata che non riconoscono, non comprendono, non giustificano e vedi che anche loro piangono magari chiedendosi perché. Perché è l'unica domanda che ti attanaglia la mente in un posto del genere e purtroppo l'unica risposta che riesci a darti è homo homini lupus”.

Copyright foto: Kika Press
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