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Giardini giapponesi: l'arte botanica alla ricerca della sintonia col cosmo

I giardini giapponesi sono miniature astratte della natura, veri e propri luoghi sacri dove ricercare l'armonia e la connessione con il cosmo. Nulla è casuale: alberi, rocce e acqua gli elementi fondamentali. 

I giardini giapponesi sono luoghi sacri dove ritrovare la pace interiore e la connessione con il cosmo.


Simbologia, estetica ed equilibrio: nei giardini giapponesi c’è l’essenza del mondo ridotta in scala, alla portata dell’uomo alla ricerca della completezza e dell’armonia con il cosmo. Antica e leggendaria, l’arte dei giardini nasce a Honshu, la grande isola centrale del Sol Levante caratterizzata da montagne aspre e vulcaniche, valli strette, ruscelli impetuosi, cascate, laghi, spiagge e un tripudio di fiori e alberi: nei giardini, grazie alla botanica che si fa arte, c’è tutto, basta avere la pazienza di cercarlo.  

L’alchimia con lo shintoismo - l’antica religione indigena secondo cui tutto (ma proprio tutto) ciò che ci circonda ha un’anima immortale e spesso è chiamata ad ospitare gli spiriti divini -, con il buddismo - sbarcato nell’impero nel XVI secolo - e con il mito dell’imperatore, hanno reso nei secoli i giardini non solo dei luoghi ornamentali dove passare il tempo ma dei veri e propri punti di contatto con le divinità.     

Perciò ancora oggi sono il perno intorno cui ruota l'intera casa, assolvendo la necessità umana (molto sentita nel Sol Levante) di sentirsi parte della natura, in piena sintonia con l’universo. Una connessione che va di pari passo con le stagioni e si esercita grazie alla contemplazione dell’armonia del mondo ricreata nel fazzoletto (più o meno grande) di terra accanto a casa, una porta da varcare per inseguire e coltivare la pace interiore.  

Così come nulla è scelto o posizionato a caso, va detto che quello che noi chiamiamo genericamente giardino, in Giappone ha 4 varianti (e definizioni) ad hoc. Nei Karesansui, i giardini zen, ovvero l’estremizzazione del giardino giapponese, si va per meditare: decisamente artefatti, ricoperti di sabbia bianca (meticolosamente pettinata per creare giochi prospettici) che sostituisce l’acqua, sono arredati da rocce sono accuratamente posizionate nello spazio. Uno degli esempi più belli in merito è il Ryoan-ji a Kyoto: nei suoi 9 metri di larghezza e 24 di lunghezza, ha scritto lo storico Gunter Nitschke, c’è “una composizione astratta naturale degli oggetti nello spazio, una composizione la cui funzione è quella di incitare la mediazione”. 

Nei semplici Roji, invece, si va per la cerimonia del cha no yu (il tè giapponese) scegliendo una delle tipiche chashitsu, le case da tè che si trovano al loro interno. E ancora: nei Kaiyu-shiki-teien si passeggia seguendo un percorso che riproduce paesaggi accuratamente ricreati in miniatura mentre i Tsubo-Niwa, sono i piccoli giardini nei cortili. L’importante, in ognuno di questi, è che ogni elemento, anche il più insignificante, abbia il suo posto e ruolo ben definito.

Della serie: il verde degli alberi deve essere equilibrato, né sgargiante né scialbo e duraturo, nessuna specie deve prevalere su un’altra e seppur curate nei minimi dettagli, le piante raccontano la collaborazione tra l’uomo e la natura nel raggiungimento della perfezione della forma insita in ogni elemento naturale. La mano dell’uomo interviene come sui bonsai servendosi di tecniche di potatura e legatura tramandate nei secoli che, però, non mirano a imporre la padronanza dell’essere umano. È frequente trovare camelie, rododendri, cornus kausa e azalee: le tonalità mutano nei mesi regalando meravigliose fioriture primaverili. 

L’acqua, l’altro elemento fondamentale dei giardini giapponesi, deve scorrere come la vita - di cui è il simbolo per eccellenza - e lo deve fare seguendo l’alba e il tramonto, da est ad ovest, per intenderci. Infine, le rocce, ovvero un punto di pace nel giardino, in grado di connettere la sfera umana a quella divina: secondo alcune antiche leggende un luogo circondato da rocce è abitato da una divinità (da qui la traduzione di “recinzione di pietre” con “amatsu twasaka”, ovvero barriera celeste). Nei giardini è importante che siano levigate dall’acqua e dal vento e sapientemente posizionate in modo da sembrare lì da sempre.  

Per chi fosse curioso (ma impossibilitato ad andare in Giappone), ne esistono alcuni esempi nel mondo: a Roma c’è quello costruito negli anni Sessanta dall’architetto Ken Nakajima secondo i dettami sen’en (lago con isola) con tanto di laghetto, cascata, rocce, piccole isole, il ponticello e la lampada di pietra tra ciliegi, glicini, pini nani e ulivi. E ancora: il Museo d’Arte Orientale (MAO) di Torino ne propone uno nella versione zen, a Monaco è celebre quello con tanto di montagne, ruscelli, sabbia e cascate. A Vienna c’è quello nel parco del castello imperiale di Schönbrunn mentre in Germania, a Rehinland-Pfalz, si passeggia sulla riva di un laghetto tra sassi bianchi, bonsai e scalinate.

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