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La carica dei vegani nel salotto di Porta a Porta

La puntata di Porta a Porta dedicata alla dieta vegana ha scaldato il salotto più famoso della tv. Da un lato Giorgio Calabrese, alfiere della Dieta Mediterranea, dall'altro Leonardo Pinelli, pediatra che consiglia il regime anche per i bambini. 

Giorgio Calabrese e Leonardo Pinelli protagonisti del dibattito a Porta a Porta sulla dieta vegana.


Mentre le fila del popolo vegano s’ingrossano (abbiamo sfondato quota 4 milioni), il dibattito su quanto sia salutare, se sia giusta o sbagliata per i bambini, se sia una moda, una scelta etica, salutistica o un mix infiamma i salotti. L’ultimo quello di Porta a Porta dove, al cospetto di Bruno Vespa, il Presidente del Comitato Nazionale per la sicurezza degli alimenti, Giorgio Calabrese, ha fatto da alfiere della Dieta Mediterranea, da solo contro “un plotone” di vegani capitanati da Leonardo Pinelli, pediatra che suggerisce di scegliere per i nostri figli la dieta vegana. “La dieta mediterranea, onnivora, si difende da sola anche davanti a 50, 500, 5000 soldati”, esordisce Calabrese cercando di smorzare la tensione che animerà la puntata.

Il professor Pinelli non ride e ricorda al pubblico che la Dieta Mediterranea “teorizzata da Ancel Keys negli anni Cinquanta era sicuramente molto salutare ma è stata stravolta nel tempo. Era quasi vegana, c’era pochissima carne, un po’ di pesce e formaggio fresco. Oggi no, c’è il 250% di proteine in più, oltre ai grassi provenienti dagli allevamenti intensivi dove l’obiettivo è produrre di più a basso costo e il risultato è un eccesso di agenti infiammatori dovuti dagli omega 6 che non fanno certo bene alla salute”. Perché, ricorda Pinelli citando i dati Eurostat, un conto è la longevità - dove siamo ancora primi in Europa e secondi al mondo, un altro l’aspettativa di vita in salute: “dal 2004 al 2012 abbiamo perso 10 anni: se la donna si ammalava a 71 oggi accade e così pure l’uomo, da 68 a 58” spiega il professore vedendo nel consumo degli alimenti derivati da allevamenti intensivi il male più grande. 

Calabrese replica chiedendosi come sia possibile vivere più a lungo mangiando peggio ma il dibattito si sposta sui bambini, se sia vero che un’alimentazione vegana rallenti o velocizzi la crescita: lo studio s’infiamma, le voci s’incastrano sulle definizioni: “è una moda” (Calabrese), “non è una moda ma una scelta di vita” (Pinelli), “è una scelta etica” (Tullio Solenghi, vegano convertito grazie alla moglie). 

Anche il (miglior) rugbista italiano Mirco Bergamasco, vegano da un paio di anni, ci tiene a precisare che non si tratta di una moda ma è in virtù della maggior informazione che molte persone stanno abbracciando questa scelta. “Da sportivo mi sono informato, è stato un processo graduale. Non ho perso niente, fisicamente ci ho guadagnato: levando i latticini, per esempio, non ho più avuto problemi ai tendini e ai legamenti. Mi sento di portare avanti questa dieta che è anche una filosofia di vita”.  

In studio fa capolino la questione obesità e, a proposito vale la pena aprire una parentesi citando una ricerca di Harvard che ha evidenziato come alcuni vegetali molto comuni nella dieta vegana possano contribuire all’aumento di peso. In particolare piselli, mais, sedano e patate che andrebbero sostituiti con cavolfiore, broccoli, cavoletti di Bruxelles, mirtilli, riso o pane integrale. Se dunque uno studio di Taiwan aveva evidenziato come la dieta vegan aiutasse a perdere e mantenere il peso forma, bisogna fare attenzione a scegliere i vegetali giusti. 

Tornando al salotto di Porta a Porta, è il macellaio Simone Fracassi a dire la frase che nessuno contesta: “Per vivere abbiamo bisogno di 2000 calorie al giorno, se ne ingurgitiamo 6000 qualcosa non va bene. Avremmo bisogno di acqua, carne, vegetali; non c’è bisogno di essere né carnivori, né vegetariani, né vegani. C’è bisogno di conoscere ciò che mangiamo, informarsi, non apparire ma essere”.

Servita su un piatto d’argento da Fracassi, la questione sulla sicurezza alimentare domina il resto del dibattito: se Calabrese ammette che i Nas che dovrebbero garantirla sono troppo pochi (2000) - “è l’unico punto che io e Pinelli abbiamo in comune, ce ne vorrebbero 10mila” -, ci tiene a far sapere che “nell’istituzionalità siamo il Paese più rigoroso del mondo”. Nel salotto (e sui social) le voci si sovrappongono e non si capisce più niente.   

Perché sta tutto qui il nodo della faccenda, nei cibi che arrivano sulle nostre tavole pieni di agenti infiammatori, scatenati dagli allevamenti intensivi. A questo punto ci pensa di nuovo Fracassi a mettere tutti d’accordo: “È la conoscenza a fare la differenza”. 

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