Chi sono i Rohingya, i rifugiati del Myanmar vittime di genocidio

Giulia Vola

Secondo Medici Senza Frontiere, in un mese di violenze con l'esercito del Myanmar ne sono morti 6700, più del 10% erano bambini minori di 5 anni: ecco chi sono i Rohingya, i profughi che non vuole nessuno. 

I Rohingya sono una minoranza musulmana in un paese, il Myanmar, a maggioranza buddista. © Suphapong Eiamvorasombat/123RF


Sono circa 1 milione di persone ghettizzate nel Rakhine, il poverissimo stato del Myanmar al confine con il Bangladesh. Sono musulmani in un Paese a prevalenza buddista. Sono apolidi, indesiderati da tutti, in fuga dal 2012, quando è scoppiata la miccia che ancora non si è spenta: in un solo mese, tra la fine di agosto e la fine di settembre 2017, quando il governo ha organizzato lo sgombero dello Stato in risposta alle violenze degli estremisti, ne sono morti 6.700, 730 dei quali bambini che non avevano ancora compiuto 5 anni.

"Il numero totale dei decessi - ha spiegato il dottor Sidney Wong, direttore medico di Medici Senza Frontiere, che ha condotto l'indagine - è probabilmente sottostimato perché MSF non ha condotto indagini in tutti i campi profughi in Bangladesh, oltre a non essere riuscita a intervistare i Rohingya ancora in Myanmar". Ciò che hanno appreso parlando con i sopravvissuti, però, è atroce: "Abbiamo sentito parlare di intere famiglie morte nelle loro case a cui era stato dato fuoco".

Loro, i Rohingya, sono anni che si definiscono vittime di una vera e propria pulizia etnica strisciante ad opera del Myanmar, il paese de facto governato dal premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi. Che, in merito, non si è mai esposta più di tanto, anzi, in più occasioni sembra aver appoggiato le maniere forti. Tanto che Papa Francesco, nella sua recente visita nelle zone, senza mai chiamarli per nome, ne ha fatto esplicito riferimento: "Il futuro del Myanmar - ha spiegato il Pontefice - dev'essere la pace, una pace fondata sul rispetto della dignità e dei diritti di ogni membro della società, sul rispetto di ogni gruppo etnico e della sua identità, sul rispetto dello stato di diritto e di un ordine democratico che consenta a ciascun individuo e ad ogni gruppo - nessuno escluso - di offrire il suo legittimo contributo al bene comune".

Nell'attesa che all'invito seguano i fatti, i Rohingya privati della cittadinanza, che in teoria non possono andare da nessuna parte, in pratica vivono da rifugiati stipati nei campi profughi in Bangladesh in condizioni umane devastanti. Al momento ce ne sono 624mila e ogni giorno, a flotte di centinaia, cercano di attraversare il confine.

Il Myanmar - Suu Kyi in persona - li accusa di aver utilizzato bambini soldato negli scontri scoppiati a fine agosto, quando alcuni Rohingya radicalizzati islamici (grazie al sostegno dei salafiti del Golfo Persico) si sono ribellati ai soldati governativi. Le violenza ha causato un centinaio di morti (in gran parte Rohingya) e da allora è iniziato un esodo di civili terrorizzati sia dai militari sia dagli estremisti.

"Ancora oggi - conclude Sidney Wong - molte persone stanno fuggendo dal Myanmar verso il Bangladesh. Chi riesce ad attraversare il confine racconta di essere stato vittima di violenza nelle ultime settimane". A complicare lo scenario il fatto che "sono davvero pochi gli organismi di aiuto indipendenti in grado di accedere nel distretto di Maungdaw, nello Stato di Rakhine, e per questo temiamo per il destino dei Rohingya che sono ancora lì". In attesa che qualcuno, nel mondo, si accorga di loro e ascolti il loro grido.

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