Tiziana Cantone, sbloccato l’iPhone: luce sul suicidio per il video hot

Giulia Vola

I Carabinieri di Napoli hanno sbloccato lo smartphone di Tiziana Cantone: gli ultimi messaggi prima di suicidarsi puntano contro Sergio Di Palo, l'ex fidanzato. La magistratura continua a indagare.

Tiziana Cantone, suicidata perché messa alla gogna dal web per un video hot, continua ad essere cercata dagli utenti per le sue performance. © Dean Drobot/123RF


Lo smartphone che l'ha condannata, la riscatterà: sbloccato dai Carabinieri, l'iPhone5 ha svelato gli ultimi messaggi di Tiziana Cantone, quelli con l'ex fidanzato, Sergio Di Palo - che pare l'abbia apostrofata in maniera a dir poco volgare - e  quelli con un amore precedente, con cui si era sfogata prima di impiccarsi, a 32 anni, nella cantina di casa, dopo essere stata scaraventata in una gogna virtuale fatta di persone che, senza conoscere nulla di lei, l'hanno giudicata solo perché ha fatto sesso, si è fatta riprendere e poi ha domandato: “Bravo, hai fatto il video?”.

E così, la Magistratura che aveva aperto un fascicolo per istigazione al suicidio ma stava per archiviare le indagini, ora ha nuovo materiale da vagliare. Parole, parole e parole che fanno traballare il ruolo di Sergio Di Palo.

Video hot: da 5 amici a milioni di utenti

Tutto ha inizio nell’aprile 2015, Tiziana ha 31 anni e forse qualche problema con il suo fidanzato. Non potendo domandarglielo, il condizionale è d’obbligo. Fatto sta che condivide con cinque amici sei video hot in cui è la protagonista di un rapporto sessuale. Non immagina né potrebbe immaginare che uno di loro la tradirà, lo renderà pubblico e trasformerà la sua vita in un inferno. Da Whatsapp a YouTube passando per Yahoo e Google il rimbalzo è veloce. Sui social approdano commenti, estratti, parodie. Tiziana diventa un personaggio pubblico. Di lei si sa e si spara la qualunque. La sua frase diventa un meme (un mantra virtuale) che gli utenti - perfino i due calciatori Paolo Cannavaro e Floro Flores - ripetono come un’eco. Finisce su una t-shirt, su tazze, su adesivi. Tiziana è sommersa, si sente perseguitata. Non esce più di casa, non parla più con nessuno, si licenzia, lascia Mugnano, alle porte di Napoli, si trasferisce in Toscana, prova a cambiare identità e vita. Ma è come una mosca incastrata in una ragnatela.  

Alla fine si rivolge a un avvocato e inizia una battaglia legale invocando il diritto all’oblio: scatta un provvedimento d’urgenza internazionale, lo vince con Facebook che, però, non ha mai pubblicato il video bensì tutta la nebulosa che si portava dietro. In sostanza Tiziana è punto a capo. Non solo: secondo la sentenza deve risarcire 20mila euro a cinque siti assolti (Citynews, Youtube, Yahoo, Google e Appideas) e ora c’è chi insinua che Tiziana si sia suicidata per soldi e non per la ghigliottina che le aveva spezzato la vita. “Non doveva pagare nulla e non si è uccisa per quello” ci tiene a precisare la famiglia che oggi fa i conti con la gogna 2.0.

Perché solo qualche anno fa, prima dei social, Tiziana non avrebbe avuto motivo di suicidarsi. Non avrebbe avuto vergogna. Perché lei, figlia di una famiglia “distinta, molto perbene, persone trasparenti che hanno sempre lavorato”, cresciuta senza padre - se n’è andato di casa quando lei aveva appena una settimana di vita -, giocando con la nonna e la mamma, un'impiegata comunale, studiando al liceo classico prima e lavorando poi, era una persona pulita. Oggi è diventata una martire 2.0.

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