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Il business del fake in mostra a New York

Lungi dall'essere un affare, il business del fake vale, ogni anno, 7 miliardi in Italia e 200 nel mondo. Valori da record che bruciano posti di lavoro, fanno chiudere botteghe e cancellano le garanzie. A New York una mostra ne ripercorre la storia.

Il biglietto da visita della mostra Faking It: Originals, Copies and Counterfeits sono due abiti di Chanel: uno originale, uno contraffatto. In foto la sfilata della maison sotto le cupole del Gran Palais di Parigi, per la collezione P/E 2015.


Sembrano uguali, invece sono diversi. Sembra un affare, invece è un bidone. E non è solo una questione di dettagli che fanno la differenza tra un Chanel e una copia: è una questione di lungimiranza perché quell'abito, che magari è costato un decimo rispetto al collega griffato, in realtà, è costato un sacco di soldi. Soldi che non bisogna sborsare subito, ma che vanno pagati comunque. E a rimetterci siamo tutti noi cittadini che, con quell'abito, non abbiamo nulla a che fare. La mostra Faking It: Originals, Copies and Counterfeits allestita dal Fashion Institute of Technology di New York aperta fino al 25 aprile indaga come e quando l'autenticità ha iniziato a vacillare aprendo le fessure della contraffazione che, oggi, devasta le casse delle maison e dei rispettivi stati. 

Per farsene un'idea, il giro d’affari del falso made in Italy vale sette miliardi l’anno. Denaro che potrebbe coprire quasi i due terzi della cifra che il governo ha impegnato per concedere il famigerato bonus fiscale da 80 euro al mese per un anno. Un business da record, se si pensa che, a livello mondiale, la contraffazione è valutata in 200 miliardi e sottomette l'intera catena a soprusi di varia natura: niente contributi per chi cuce taglia e incolla, nessuna sicurezza sui materiali impiegati per chi compra, niente iva o imposte sul reddito per lo Stato. E naturalmente, dal momento che il made in Italy piace in tutto il mondo, l’Italia è il paese europeo nel quale si sequestrano più spesso i prodotti fasulli. Insomma: il tarocco danneggia il nostro paese più di qualunque altro e siamo pure tra gli acquirenti più incalliti. A fare i conti in tasca all’Italia si finisce sempre nel paradosso.

Non è una questione astratta: il falso made in Italy vale 110 mila posti di lavoro che non esistono, perché chi produce quegli oggetti sta fuori dalle regole. Lo Stato (tutti noi) perde 4,6 miliardi d'incassi l’anno tra imposte dirette e indirette. Sembra un azzardo sostenere che la retta della mensa scolastica è aumentata perché quelli stivali sono falsi? Purtroppo è proprio così: mentre i fashionisti comprano a qualunque costo, specie se è molto basso, le firme italiane perdono l’occasione di esportare merci per altri quattro miliardi l’anno. Arrivati in fondo alla colonna si tira una riga e si legge il totale: il conto dice che se quella merce fasulla girasse sul mercato legale, l’Italia potrebbe contare su una ricchezza collettiva (il Pil) di circa 20 miliardi più alta. Non sono questi tempi in cui ci si può permettere di ignorare una cifra del genere. "Gli stilisti - ha dichiarato Ariele Elia, la curatrice della mostra newyorkese - hanno cercato in vari modi di impedire che i loro capi venissero copiati. Madelaine Vionnet, ad esempio era solita autenticare l'etichetta con l'impronta del suo pollice. Purtroppo ciò non ha impedito di riprodurre falsi". Stesso discorso per Emilio Pucci che, alla fine degli anni '50, ha creato il copyright dell'etichetta firmandola anche. Chanel, invece, più che combattere il nemico ha interpretato la copia come una forma di pubblicità gratuita per le sue creazioni. 

Oggi, però, sono i numeri a parlare. E a spaventare. Per l'Italia, i calcoli li ha fatti Confartigianato, l’associazione della categoria che patisce il danno più grave. Il segretario Cesare Fumagalli va dritto al sodo: "la contraffazione è un business colossale e globalizzato che gira a pieno regime ed è tra le cause della crisi delle piccole imprese manifatturiere". Una crisi che sta mandando a gambe all’aria i distretti specializzati ed è sentita soprattutto in Toscana, Marche, Umbria, Veneto e Abruzzo. Pellettieri, calzaturifici, sartorie, produttori di accessori: negli ultimi cinque anni hanno chiuso i battenti quasi 8 mila aziende nel settore (il 10% di quelle italiane), nello stesso periodo le autorità hanno sequestrato 334 milioni di pezzi falsi per quasi quattro miliardi di controvalore. In testa alla classifica delle merci sequestrate più spesso ci sono gli accessori per l’abbigliamento, più di un terzo del totale: regine di questa classifica sono le scarpe. A ruota l'abbigliamento (14% dei sequestri) e poi gli occhiali (7,4%), profumi e cosmetici (6%), orologi e gioielli (4,1%). Chi compra di più? I sequestri maggiori sono stati fatti nel Lazio (un miliardo di euro circa), seguiti dalla Lombardia (639 milioni) e dalla Campania (574 milioni). Punti di vendita, ma anche di smistamento dei falsi in giro per il mondo. Perché se il falso made in Italy arriva dall’Italia, sembra più italiano.

L’origine della merce è invece spesso straniera. Il 66% dei prodotti sequestrati, per esempio, arriva dalla Cina: d'altra parte "il falso vero e proprio - spiega la Elia - è esploso alla fine degli anni '80, quando Pechino ha cominciato a produrre copie contraffatte di nomi come Louis Vuitton, Gucci, Chanel. Internet ha fatto il resto, consentendo ad esempio di acquistare borse del valore di migliaia di dollari per poche decine di dollari". La Turchia, invece, è specializzata in profumi e cosmetici (metà dei sequestri), mentre gli egiziani sono specializzati nei prodotti alimentari (poco più di un terzo della merce requisita): un altro buco nell’industria italiana, che andrebbe raccontato in un capitolo a parte. Nel frattempo sarebbe bene riflettere su chi ha fatto l’affare, con quel Coco Chanel taroccato.


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