Milena Canonero: "l'Orso d'Oro alla Carriera dovrebbe andare a Piero Tosi"

Giulia Vola

Milena Canonero, la costumista italiana che ha vestito 25 set, vinto 4 Oscar e 3 BAFTA Awards, ha ricevuto l'Orso d'Oro alla Carriera al Festival di Berlino.

Milena Canonero, Orso d'Oro alla Carriera ha lavorato al fianco dei più grandi registi, primo tra tutti Stanley Kubrick.


Habitué degli Oscar (ne ha già vinti 4) e dei BAFTA Awards (se n’è aggiudicati 3), un'elegantissima Milena Canonero ha ritirato l'Orso d'oro alla carriera alla Sessantasettesima edizione del Festival del cinema di Berlino, una consacrazione di una vita dedicata con successo al cinema (25 film) e al teatro al fianco dei più grandi. Il regista Stanley Kubrick e il costumista Piero Tosi anzitutto: "Stanley mi ha insegnato tutto quello che so sul cinema - ha dichiarato emozionata ritirando il premio -, Piero mi ha spedito da Kubrick al posto suo, ma è lui il più grande e dovrebbe essere qui a ricevere il premio, che io prendo anche a nome suo".  

"Appassionata del mio lavoro, attenta a ogni dettaglio", una che "osservo la realtà con attenzione, non dimentico niente", la costumista Orso d'Oro è nata a Torino 71 anni fa ma da tempo vive a Los Angeles con l'attore Marshall Bell, ha studiato storia e arte del costume a Genova per poi trasferirsi a Londra dove ha iniziato a lavorare con Stanley Kubrick sul set di Arancia meccanica, un'occasione di cui è molto più che grata. "Tu sei ciò che sei, la tua cultura e la tua famiglia fanno parte del bagaglio. Ma se non fossi andata in Inghilterra e non avessi incontrato Kubrick la mia carriera non sarebbe iniziata. E se non avessi incontrato gli altri, Parker, Malle, Coppola, Polanski, non avrei avuto la possibilità di evolvere" ha raccontato. E aggiunto: "Se non avessi avuto la chance che mi ha dato Stanley non sarei qui ora con voi, magari avrei sei figli, mi sarei suicidata...".

Ma la chance è arrivata, lei l'ha colta e il successo è stato mondiale tanto che fu confermata anche per Barry Lyndon, pellicola che le aggiudicò - insieme a Ulla-Britt Søderlund - la sua prima statuetta agli Oscar nel 1976. Sei anni dopo arrivò l’Oscar (e anche il BAFTA) per i costumi di Momenti di gloria, la pellicola di Hugh Hudson ambientata negli anni Venti che racconta la storia di due atleti.

Candidata nel 1986 per La mia Africa, nel 1988 per Tucker, un uomo e il suo sogno, nel 1991 per Dick Tracy ("penso che avrei meritato l'Oscar per questo film più che per altri. Soprattutto per lo splendido lavoro di squadra" ha dichiarato in merito) e nel 1999 per Titus, vince la sua terza statuetta nel 2007 con Marie Antoinette, il film di Sofia Coppola che ha portato sul grande schermo le bizzarrie della regnante francese. Nel 2015 l’ultimo Oscar, vinto per il film The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson. Anche quella volta si aggiudicò un BAFTA. Insomma, un successo dopo l'altro che hanno decretato una carriera da Orso d'Oro.

In look total black, con cappello di pelliccia, cappotto di pelle e dolcevita, Milena ha regalato qualche chicca del suo mestiere: "Ogni volta si parte dalla sceneggiatura, Wes è molto attento ai dettagli ma, come Stanley e come Coppola, ti dà poi la possibilità di andare oltre". E ancora: "Quando lavoro a un personaggio parto dalla testa, me lo ha insegnato Stanley, quella è la cosa più importante. E poi si lavora sulla forma del viso, sul corpo dell'interprete" ha chiosato ricordando come il maestro le abbia svelato "le possibilità che ti regala Photoshop". Il bacino da cui ha pescato per creare i suoi costumi, però, è ampio e variegato: "ci sono volte in cui mi sono ispirata a dipinti, come per Barry Lyndon, ci sono registi che vogliono seguire passo per passo il processo e altri che ti lasciano libero. È interessante lavorare in ogni modo". Inoltre, "devi interagire con gli attori, che non sono oggetti, devi confrontarti con la loro personalità".  Insomma, "non ci sono regole stabilite", è arte e lei è un'artista a pieno titolo.

Anche se, lasciando il palco, ha concluso: "Io sono come tanti altri, ma fortunata. Lui (Piero Tosi, ndr) invece è il grande maestro della nostra anima: fu lui che Kubrick cercò, ma Piero non poteva viaggiare e non parlava inglese. Ed è per questo che ora non è qui, anche se è lui il migliore". Chapéu, di pelliccia, s'intende.

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