Denise, figlia di Lea Garofalo: storia di una lotta contro la ’ndrangheta

"Lea", il film di Marco Tullio Giordana che ha raccontato la lotta alla ’ndrangheta di Lea Garofalo e sua figlia Denise ha conquistato gli italiani: una pagina di storia civile e umana.

Linda Caridi e Vanessa Scalera hanno vestito i panni di Denise e sua madre Lea Garofalo.


Lea Garofalo e sua figlia Denise in lotta contro la ’ndrangheta, la vita, la morte, la disperazione: mercoledì 18 novembre erano più di 4 milioni gli italiani incollati al televisore a guardare Lea, il film diretto da Marco Tullio Giordana, quello de I cento passi, il film che Lea aveva fatto vedere alla figlia Denise confessandole che anche lei sarebbe morta come Peppino Impastato. Se è possibile è andata ancora peggio: ad uccidere Lea è stato il suo ex compagno Carlo Cosco, il padre di Denise, al secondo tentativo. Il primo era stato Denise a sventarlo. 

Testimone di giustizia sottoposta a protezione dal 2002 insieme alla figlia Denise, a 28 anni Lea decise che era ora di tagliere il cordone ombelicale e iniziò a testimoniare sulle faide tra la sua famiglia e quella del suo ex compagno Carlo Cosco. Nel 2006 fu estromessa dal programma perché, si disse, il suo apporto non era stato significativo. La donna protestò, il Tar le diede torto, poi il Consiglio di Stato rettificò e nel dicembre del 2007 fu riammessa. Ma nell'aprile del 2009, sette mesi prima del suo omicidio, fa marcia indietro: rinuncia alla protezione e riallaccia i rapporti con il suo paese, Petilia Policastro, pur rimanendo a vivere a Campobasso per permettere a Denise di finire la scuola.

È lì che Lea, grazie alla prontezza di sua figlia Denise, sopravvive al primo agguato che il 5 maggio 2009 le tende l’ex compagno facendo arrivare a casa sua un killer travestito da tecnico della lavatrice. Il secondo, teso il 24 novembre a Milano, è quello fatale: Lea viene attirata con l’inganno in un appartamento e lì ammazzata. Il suo corpo verrà trasportato a San Fruttuoso, un quartiere di Monza, e dato alle fiamme per tre giorni, nell’inutile tentativo di cancellare ogni traccia. Il processo ha condannato gli imputati: la testimonianza chiave è quella che ha fornito Denise contro suo padre, per difendere sua madre.  

Asciutto, fedele alla cronaca, Lea ha raccontato questo dramma della storia italiana senza fronzoli, rinunciando alla retorica e scegliendo di mettere al centro la donna morta a 35 anni. Chi non ha gradito il suo ritratto è Marisa Garofalo, la sorella di Lea, una che quel dramma l’ha vissuto da dentro: “Lea è stata rappresentata malissimo - ha dichiarato alla testata calabrese della Rai -, come una ragazza rozza, ma non era così, era molto signorile e parlava benissimo l’italiano”. Ma non solo, Marisa ne ha anche per l’associazione Libera di don Luigi Ciotti, a suo dire, rappresentata, a differenza della sua famiglia, “molto bene”. “Forse lo scopo era proprio questo - ha spiegato -. Io purtroppo non riesco più a vedere mia nipote Denise, che so essere gestita dall’associazione Libera. E ogni volta che faccio riferimento a Libera, poi l’incontro con mia nipote salta. Non credo sia solo casualità”. 

Al di là delle polemiche, resta quel rapporto tra madre e figlia, così complice e profondo, che ha conquistato Linda Caridi, che sul set ha vestito i panni di Denise: “erano come sorelle. Lea aveva avuto Denise a 17 anni: si scambiavano i vestiti, si confidavano segreti. E quando Lea è stata uccisa, Denise aveva proprio 17 anni”. Per entrare nella vita di Lea e sua figlia, Linda si è fatta aiutare da due libri e qualche intervista: “La scelta di Lea, di Marika Demaria, e Il coraggio di dire no, di Paolo De Chiara - racconta -. Ma ho poi visto e rivisto le sue due interviste televisive: a Hotel Patria e a La tredicesima ora. Denise aveva il viso coperto e la voce camuffata ma ho cercato di capirne i movimenti, il corpo, il carattere, i minimi dettagli… Denise non ha mai pianto in quelle interviste, non ha mai ceduto alla commozione. Al limite ha avuto un respiro di pausa ogni tanto. All’inizio delle riprese avrei voluto incontrarla. Oggi dico: per fortuna non è possibile, perché vuol dire che il programma di protezione funziona davvero”.

Inevitabile che qualcosa sia stato rivisto e corretto: “Le abbiamo dato un carattere diverso da Lea, una vera leonessa. Denise andò con il padre a denunciare la scomparsa della madre al commissariato di via Moscova, a Milano, e in quel momento capì che aveva a che fare con quella scomparsa. Si è fidata di un maresciallo, ha accettato di restare con gli assassini, di non parlare. Non aveva contatti diretti con la polizia, ma sapeva che se avesse resistito loro avrebbero abbassato le difese. E così è stato. E al tempo stesso si è innamorata di Carmine Venturino che il padre le aveva messo a fianco e che era complice dell’assassinio: quando lei fu ricoverata in clinica per disturbi alimentari e costretta a prendere psicofarmaci, lui fu l’unico ad andarla a trovare. Ho cercato di interpretare questi due volti: la sua forza incredibile, una forza calma che alla fine è risultata vincente rispetto all’avventatezza e alla rabbia, per altro giustificatissima, di Lea. Ma anche il dolore e la fragilità”. Una missione riuscita a prescindere: il filo di queste tragedie si spezza solo parlandone.

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