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Sedazione profonda: che cosa significa dormire fino a morire

La legge 38 del 2010 sulle cure palliative prevede per i malati terminali la sedazione palliativa profonda, ben diversa da eutanasia e suicidio assistito. 

La sedazione profonda si effettua con farmaci sedativi nei 230 hospice in Italia. © Dmitriy Shironosov/123RF


Il confine è sottile ma netto: si dorme per non soffrire, fino alla morte, non si sceglie di morire e non si fa nulla per provocarla. Il caso di Dino Bettamin, il macellaio di Treviso malato di Sla che a febbraio ha scelto la sedazione profonda per scivolare nel sonno eterno, ha riacceso il dibattito, già infiammato, sul fine vita. Soprattutto dopo la storia di dj Fabo, morto qualche settimana dopo in una clinica Svizzera ma con il suicidio assistito. Nell’attesa che il Parlamento affronti la delicata questione e colmi il vuoto legislativo - la faccenda si complica quando il malato ha perso lucidità - ecco che cosa prevede la legge attuale.


Cure palliative: la legge 38 del 2010

Votata all’unanimità dal Parlamento, la legge 38 del 2010 sancisce e norma il diritto alle cure palliative, tra cui la sedazione profonda: “l’intervento palliativo è un atto terapeutico con cui si vuole liberare il malato dalla sofferenza - spiega Luciano Orsi, medico anestesista e vicepresidente della Società Italiana di Cure Palliative -. L’eutanasia, invece, è la volontà di porre fine alla vita attraverso un farmaco, su esplicita richiesta del malato”. Per dirla con le parole di Maria Pellizzari, la moglie di Dino Bettamin, “è un accompagnamento alla morte in serenità”.


Sedazione profonda: quando, come, dove

Perché c’è un punto in cui il dolore si fa insopportabile, l’accanimento è inutile, il male è inguaribile e allora non resta che chiudere gli occhi, lasciando al tempo il compito di mettere la parola fine. Una decisione difficile, che viene “condivisa tra un paziente cosciente e in grado di relazionarsi, che deve dare il proprio consenso, e il gruppo di medici, infermieri e psicologi che si occupa del trattamento palliativo” spiega Orsi. Che aggiunge: “Più che una decisone, è un processo decisionale, maturato insieme passo dopo passo” perciò difficilmente, appellandosi all’obiezione di coscienza, un medico può rifiutarsi di procedere: “dal punto di vista etico e deontologico” spiega ancora Orsi, “non può lasciare il malato in uno stato di sofferenza a cui non c’è rimedio. Sarebbe ammissibile, invece, il caso in cui un medico che non ha mai somministrato la sedazione profonda passi la mano a un collega esperto”.

Dino Bettamin, per esempio, “era profondamente religioso e si è affidato a Dio - ha raccontato Anna Tabarin, una dei due infermieri che lo ha seguito negli ultimi tempi -. Sapeva che sarebbe potuto morire dopo un giorno o dopo cinque mesi”. Ed eccola la differenza fondamentale dall’eutanasia: “non si addormenta qualcuno per farlo morire ma soltanto per non costringerlo a soffrire”, come puntualizza Assuntina Morresi, del Comitato nazionale di bioetica.

Si usano dei farmaci sedativi mentre per quanti riguarda l’interruzione o meno delle terapie artificiali di sostegno vitale (ossigenoterapia, idratazione, alimentazione) viene valutata caso per caso. Succede nei 230 hospice italiani che assistono 2300 pazienti terminali (l’aspettativa di vita non supera i 4 mesi) riservando loro attenzioni e premure che le strutture ospedaliere non sarebbero in grado di garantire. Il problema, come ha evidenziato una ricerca della Fondazione cure palliative, è che solo il 30% dei malati di tumore accede ai servizi che dovrebbero essere diritto di tutti.

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