Ideologia gender: nuovo anno, vecchie polemiche

Eleonora Chiais
Anche per l’anno scolastico 2016/2017 non mancano le polemiche sul (presunto) insegnamento della cosiddetta ideologia gender tra i banchi ma il decreto sulla Buona Scuola più che di annullamento delle differenze parla di parità.

Ideologia gender: con il nuovo anno scolastico si riaccendono le polemiche sul comma 16 del provvedimento sulla Buona Scuola.


Nuovo anno scolastico, vecchie polemiche che – anche per il 2016/2017 – fanno rima con “ideologia gender”. Dopo le manifestazioni a seguito dell’entrata in vigore del provvedimento – cosiddetto – della Buona Scuola (e specialmente dopo gli episodi di isteria collettiva più o meno attinenti al decreto stesso), anche per questo nuovo anno le polemiche non mancano. Quello che però sembra difficile da credere, al netto delle considerazioni sulla teoria gender in sé e per sé, è che le polemiche – come già per l’anno scolastico 2015/2016 – riguardano sostanzialmente il famoso comma 16 del provvedimento della riforma della scuola.


Il comma 16 della Buona Scuola

Chi punta il dito contro la riforma e, specialmente, contro la – presunta – introduzione di una nuova materia, l’inesistente “teoria gender” appunto, lo fa sostanzialmente prendendo spunto dal comma 16 del decreto della Buona Scuola. Qui, sostengono i detrattori, esistono i margini per la creazione di una confusione sessuale specialmente nei più piccoli perché l’obiettivo ultimo – quantunque non dichiarato - dell’intero progetto è quello nientemeno che di annullare la fisiologica differenza tra i sessi. Cosa che, è chiaro, di per sé non è possibile perché la teoria gender, in sé e per sé, più che ai sessi si rivolge ai generi, vale a dire alle differenze tra individui socialmente caldeggiate. Ma nemmeno questo è l’obiettivo del comma della discordia che, sostanzialmente, prevede che il piano triennale dell’offerta formativa dia concreta attuazione ai principi di pari opportunità, promuovendo l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e delle discriminazioni. 


Gender versus educazione sessuale

E la prevenzione alla violenza di genere, così come l’educazione alla parità, è qualcosa dovrebbe passare (anche) attraverso la conoscenza delle evidenti differenze biologiche. In parole povere, quindi, attraverso l’educazione sessuale che – certamente non connessa al lato “gender”, dunque socioculturale, ma piuttosto alla biologia – è, anche lei, qualcosa di cui l’Italia dovrebbe occuparsi di più. O, almeno, questo è il risultato dei dati contenuti nel rapporto Policies for Sexuality Education in the European Union che, pubblicato dal Dipartimento Direzione generale per le politiche interne del Parlamento Ue nel 2013, disegna anche una mappa di come gli Stati europei si orientano rispetto all’insegnamento dell’educazione sessuale. Nella maggior parte dei Stati membri dell’Unione europea questa materia è obbligatoria, si legge infatti, e per quasi tutti non si tratta di una novità: in Germania, per esempio, lo è dal 1968, in Danimarca, Finlandia e Austria dal 1970, in Francia dal 1998. E dopo che i parlamentari inglesi – prima di Brexit, nel febbraio 2015 – hanno richiesto che la materia fosse inserita obbligatoriamente nelle scuole primarie solo sei paesi continuavano con la loro astensione formativa: Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia, Romania e Italia. 

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