Alberto Stasi: confermata la condanna per l'omicidio di Garlasco

Grazia Fontana
La Cassazione ha confermato la condanna a 16 anni ad Alberto Stasi giudicato colpevole dell'omicidio di Chiara Poggi: inammissibile il ricorso dei difensori per celebrare un terzo processo.
 
Alberto Stasi sta scontando la sua pena nel carcere di Bollate per l'omicidio della fidanzata Chiara Poggi avvenuto il 13 agosto 2007.


Alberto Stasi è colpevole dell'omicidio di Chiara Poggi e la sua condanna a 16 anni di reclusione non si mette in discussione. La prima sezione penale della stessa Cassazione che il 12 dicembre 2015 aveva condannato il 34enne, il 27 giugno di tre anni dopo ha confermato la sua posizione, rigettando il ricorso straordinario presentato da Angelo Giarda, l'avvocato difensore di Stasi, e motivato, a suo dire, da "errori di fatto" nella sentenza di condanna. Secondo la difesa, infatti, la quinta sezione della Cassazione con "una svista nella lettura degli atti" non si sarebbe accorta che 19 persone (8 testimoni, 3 consulenti tecnici e 8 periti) ascoltate dal giudice di primo grado che aveva assolto Stasi, non erano state richiamate nel secondo processo d’appello quando, dopo l’assoluzione del 6 dicembre 2011 e l'annullamento in Cassazione, nel secondo rito l’imputato era stato condannato a 16 anni.

Stando al ricorso della difesa si era di fronte a un "gravissimo pregiudizio per i diritti fondamentali" dell'imputato che, secondo la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, "avrebbe avuto diritto, senza ombra di dubbio, quantomeno a un nuovo grado di giudizio ove poter escutere nuovamente nel contraddittorio tutti i soggetti che avevano condotto, in primo grado, alla sua assoluzione".

Dal canto loro, pubblica accusa e parte civile ribattono che il ricorso era inammissibile per ragioni formali (vizi di forma nel deposito) e di merito: la Cassazione non ha commesso alcun "errore di fatto": i testimoni, i tecnici e i periti ascoltati in primo grado sono citati nella sentenza, se avessero voluto contestare la mancata audizione avrebbero dovuto farlo nel processo in Cassazione e non nel ricorso straordinario che, precisano, non costituisce un quarto grado di giudizio ma l'ultima carta da giocare solo in casi estremi, in cui, per l'appunto, sia accertato un "errore di fatto". Tanto più che, rispetto all'obbligo di risentire i testimoni secondo la giurisprudenza della Corte Europea, i testimoni, i tecnici e i periti non avevano ribaltato la loro versione ma, semplicemente, le loro dichiarazioni erano state superate da nuovi elementi probatori raccolti tramite nuove perizie e testimonianze.

Insomma, quasi 10 anni dopo quel 13 agosto 2007 quando Chiara Poggi fu sorpresa all'ingresso della sua villetta di Garlasco (Pavia), colpita violentemente alla testa e gettata lungo le scale della cantina, dove morì a soli 26 anni, tramonta l'ultima speranza di riaprire il caso e celebrare un terzo processo. Secondo la giustizia Alberto Stasi, ai tempi il suo compagno, nonché il primo ad aver dato l'allarme, è il colpevole e dovrà farsene una ragione: resterà nel carcere di Bollate - dove è rinchiuso da 18 mesi - ancora per un po' di anni.

Lui, che cercando di difendere la sua innocenza, dichiarava davanti alla Corte nel 2015: "Non cercate a tutti i costi un colpevole condannando un innocente. Sono anni che sono sottoposto a questa pressione. È accaduto a me e non ad altri. Perché? Mi appello alle vostre coscienze: spero che mi assolviate" è stato condannato per quella "camminata" al momento del ritrovamento del cadavere ricostruita dalla scientifica: è impossibile, secondo i giudici, che l'imputato non abbia minimamente sporcato le sue scarpe di sangue una volta entrato in casa di Chiara non sapendo cosa fosse successo. Fine della storia.


Copyright foto: Kika Press

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