Ram Rahim Singh, il santone indiano condannato a 20 anni

Giulia Vola

Condannato a 20 anni per stupro il santone indiano Ram Rahim Singh: la polizia è pronta a sparare a vista se dovesse riaccendersi la rivolta degli adepti che ha già causato 38 vittime e 200 feriti.     

Ram Rahim Singh, il leader spirituale della potentissima setta Dera Sacha Sauda, si è infine dichiarato colpevole chiedendo clemenza ai giudici. © YouTube


La condanna a 20 anni per stupro inflitta a Ram Rahim Singh, noto anche come il “guru luccicante” e il “Rock Guru”, che da venerdì ha scatenato una violenta rivolta a Panchkula cittadina del nord dell’India e in diverse aree degli stati dell’Haryana e del Punjab, rischia di degenerare ancora. Negli scontri tra la polizia e i seguaci del leader spirituale della potente (e controversa) setta Dera Sacha Sauda sarebbero già morte più di 38 persone e almeno duecento sarebbero rimaste ferite al punto che la polizia si è dichiarata pronta a sparare a vista.

Perché i migliaia di adepti del leader spirituale sparpagliati tra gli stati dell’Haryana e del Punjab, che hanno iniziato la loro protesta prima del pronunciamento dei giudici rischiano di degenerare ulteriormente ora che è arrivata la condanna (in un primo tempo si era palato di 10 anni, periodo giudicato troppo lieve dalle vittime, decise comunque ad appellarsi).

Sfidando le autorità, gli adepti che nei giorni scorsi hanno prima interrotto in diverse parti del Paese le forniture elettriche, le connessioni Internet e della tv via cavo e hanno scatenato l'inferno a verdetto emesso (venerdì 25 agosto) - tra lacrimogeni, assalti ai furgoni dei media che seguivano l’evento e alle pompe di benzina, esplosioni e colonne di fumo - pare si siano calmati ma la polizia è pronta a sparare a vista se dovessero riaccendersi.

Lui, il 50enne leader, ma anche cantante, attore, benefattore e organizzatore di alcune delle più redditizie raccolte fondi per combattere il diabete, il colesterolo e le malattie cardiache tanto che nel 2015 il The Indian Express l’ha piazzato al 96esimo posto tra le 100 persone più influenti in India, ha infine ammesso le sue responsabilità chiedendo clemenza al giudice con scene, pare, deliranti in aula. Lui che si era sempre dichiarato innocente. Lui che dal 1990 era al vertice della setta induista da 60 milioni di seguaci nel mondo (secondo quanto lui stesso dichiara) che dirige dal suo ashram adagiato su una spianata di 1000 acri che include un hotel, un cinema, uno stadio di cricket e diverse scuole.

Le accuse a suo carico - lo stupro di due ex adepte nel 1999 - emersero nel 2002 in una lettera anonima recapitata al primo ministro indiano. Un giornalista si mise ad indagare ma di lì a poco fu ucciso in circostanze misteriose e la polizia prese sul serio la questione. Nel 2015 venne anche accusato di aver indotto 400 adepti alla castrazione per “poter meglio avvicinarsi a Dio”.

Sia come sia, la giustizia indiana lo ha ritenuto colpevole di stupro condannandolo a 20 anni di carcere: una sentenza che difficilmente accetteranno gli adepti e che ha fatto infuriare anche le vittime che, hanno annunciato, presenteranno ricorso.

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