Violenze sulle donne, troppe le sentenze che condannano le vittime

Giulia Vola
Violenze sulle donne: per il Tribunale di Genova subire 24 anni di botte equivale "a tollerare". In Canada un giudice ha domandato alla vittima di uno stupro: "Perché non hai chiuso le gambe?".    

Violenze sulle donne, una sentenza del Tribunale di Genova e un giudice canadese fanno discutere.


Le violenze sulle donne continuano anche dopo, anche quando sono spariti i segni sul corpo. È per evitare quest’ennesima tortura che molte delle vittime rinunciano a denunciare i loro aggressori. A volte, però, va ancora peggio. Non fa più notizia. Eppure, la violenza domestica uccide più delle guerre e in Italia è la seconda causa di morte in gravidanza. Il dramma, sottolinea il report Rosa Shocking. Violenza, stereotipi...e altre questioni del genere (Intervita-Ipsos) è che solo 7 donne su 100 si affidano alla giustizia. Il problema, racconta la cronaca, è che alcuni risultati sono desolanti. 

Lo sa bene la donna che dopo 24 anni passati a incassare le botte del marito si è decisa a chiedere aiuto e a pretendere che la giustizia riconoscesse l’entità del danno subito. Si è rivolta al Tribunale di Genova e si è sentita rispondere che non è credibile perché ”di fatto, ha tollerato la condotta del marito" per una vita intera, quindi non c'è colpa. 

Perché se per i giudici è vero che la cinquantenne “è stata costretta a lasciare la casa coniugale per le continue percosse e minacce subite dal marito” e se è vero che “da anni spesso il marito arrivava a casa ubriaco, insultava e percuoteva la moglie”, al punto che “dopo anni di accessi al pronto soccorso la convivenza non poteva protrarsi oltre” il fatto che abbia coperto il marito, esploso fin dall’inizio del loro matrimonio celebrato nel 1991, costituisce, a sua volta, una colpa. Quella di non aver denunciato, aver subito le violenze assecondando paura, debolezza, mancanza di scelta. 

Ha tollerato che i servizi sociali le togliessero una figlia perché non si può crescere con un padre così, ma quando l’uomo è finito in carcere ha trovato la forza di lasciarlo, rifugiarsi in una comunità protetta e provare a ricostruirsi una vita. Ha messo insieme i referti medici, le testimonianze e i ricordi e si è rivolta alla giustizia. Quello che non avrebbe mai immaginato è che la giustizia le presentasse il conto di tutti gli anni passati a subire.  

L’assurdo è che sentenze di questo tipo assolvendo i violenti, giudicano (e condannano) le vittime. Come è successo (anche) in Canada, dove il giudice Robin Camp è finito al centro delle polemiche per le domande che rivolse a una giovane vittima di stupro durante un processo nel 2014: "Perché non hai chiuso le gambe?". Oppure: "Perché non hai appoggiato il sedere dentro il lavabo per evitare la penetrazione?". E ancora: "Non sapeva di essere ubriaca? Non era un suo dovere stare attenta?". Alla fine Alexander Scott Wagar, accusato di aver costretto la ragazza a un rapporto sessuale durante una festa in casa di amici, è stato assolto, ma la questione (per fortuna) non è passata sotto silenzio e ora è tutto da rifare. 

A scatenare il polverone è stato un dossier pieno di rimostranze avanzate da quattro docenti di giurisprudenza dell'università di Dalhousie e di Calgary indignati per come un uomo di legge possa "minimizzare, se non disprezzare” le leggi sulla violenza sessuale. A vagliare il testo il Canadian Judicial Council che dovrà decidere se il giudice - che nel frattempo è stato sospeso dalla Federal Court - dovrà essere rimosso o meno. Nel frattempo, Camp si è pubblicamente scusato con le donne invitandole a denunciare le violenze subite. Quanto ad Alexander Scott Wagar, subirà un nuovo procedimento. 

Il fatto è che episodi come questo, o come quello che nel febbraio 1999 indussero la Cassazione a rendere definitiva l’assoluzione di un uomo dall’accusa di stupro sulla base dell’assurda motivazione che un paio di jeans vanno sfilati in due, offendono la dignità dell’uomo. E violentano, ancora una volta quella della donna.

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