Vulvodinia: quando la sessualità fa male

Cristina Piotti
Una malattia ancora troppo poco conosciuta e diagnosticata. Il dottor Filippo Murina, ginecologo, uno dei massimi esperti italiani di questa patologia, ci spiega come riconoscerla, come curarla e come trovare la forza di vivere una vita serena e una sessualità ritrovata.

La vulvodinia è una malattia molto difficile da diagnosticare, anche se molto più diffusa di quel che si potrebbe pensare.


Non è una malattia rara, anzi. E non è una patologia innocua, tutt'altro. Eppure di vulvodinia, in Italia, si inizia a parlare solo da pochi anni. Le donne che ne sono affette hanno grossi problemi a vivere i rapporti sessuali, o una semplice visita ginecologica, senza dolore. Spesso intacca la vita di tutti i giorni, tra bruciori e disagio. Pochi medici sanno riconoscerla, tanto che molte donne arrivano alla diagnosi dopo essere state accusate di essere frigide o di avere dei problemi psicologici. Il dottor Filippo Murinadirettore scientifico dell'Associazione Italiana Vulvodinia, e responsabile del servizio di patologia vulvare dell'Ospedale Buzzi di Milano e del Centro Medico Santagostino, ci racconta come scoprire, curare e guarire da questa patologia.

Cos'è la vulvodinia?

In parole povere, si tratta di un bruciore e prurito ai genitali esterni, nell'area vulvare, associati ad una difficoltà nei rapporti sessuali e a dolore. Dal punto di vista medico, parliamo di una dispareunia in assenza di altre manifestazioni cliniche evidenti, cioè non ci sono elementi, ad esempio secrezioni, che ci suggeriscano altro, come una infezione.

Si tratta di una malattia rara?

Tutt'altro che rara. Studi americani parlano di un disturbo che riguarda il 16-18% delle donne, quasi due su dieci. Quel che sappiamo, ad oggi, è che c'è una certa predisposizione genetica e una certa familiarità.

Qual è l'area genitale interessata?

Nell'80% dei casi il dolore è localizzato all'ingresso della vagina, cioè il vestibolo vaginale. Si tratta di un'area che, da una parte, ha tante terminazioni nervose, responsabili della forte sensibilità. Dall'altra, lì si trovano i muscoli del pavimento pelvico.

Perché il dolore?

Le terminazioni nervose non funzionano come dovrebbero, sono ipersensibili, e trasmettono una sensazione di dolore anche solo a seguito dello sfregamento di un indumento stretto, o dell'andare in bicicletta. Allo stesso modo, la percezione amplificata del dolore causa un irrigidimento dei muscoli, che si definisce ipertono.

Perché avere rapporti è doloroso?

Perché durante un rapporto il partner ha difficoltà nella penetrazione, a causa dell'ipertono muscolare. I muscoli sono contratti e c'è restringimento all'ingresso, e se spinge di più fa irrigidire maggiormente il muscolo. Ma non parliamo solo di problemi nei rapporti sessuali. Per chi soffre di questa malattia di solito anche una visita ginecologica, una ecografia o un pap-test sono dolorose.

Come la si diagnostica?

Il problema è che non tutti i medici sono preparati, ed etichettano il problema come psicologico. Alle donne viene detto che hanno problemi ad affrontare la loro sessualità, che è tutto nella loro testa. Eppure per diagnosticarla non servono esami strumentali complessi o invasivi, si usa l'apice di un cotton fioc, che si poggia sul vestibolo vaginale: la paziente non dovrebbe provare dolore per il semplice tocco del cotone, ovviamente, e se ciò avviene, unito ad un ipertono della muscolatura, il ginecologo può ipotizzare una forma di vulvodinia.

Come si cura?

Al giorno d'oggi ci sono tanti percorsi diversi. La multimodalità è quella che dà maggiori risultati: bisogna ridurre i fattori irritanti e quindi correggere una serie di situazioni solitamente concomitanti: prevenire le infezioni da candidosi, consigliare norme igieniche e comportamenti adatti alla malattia, da un tipo preciso di detergenti intimi all'evitare la cyclette

Ci sono terapie specifiche?

Oltre ai consigli comportamentali, si agisce sulle terminazioni nervose, attraverso una terapia di elettrostimolazione: è un po' come resettare un computer. Insieme usiamo, in dosaggi bassissimi, farmaci neurologici, che aiutano nel reimpostare queste terminazioni nervose. Con una ostetrica si lavora sulla rieducazione del pavimento pelvico, con esercizi di Kegel e massaggi. Un lavoro culturale, di conoscenza del corpo, ma anche di rieducazione, perché se il muscolo è sempre stato iperteso, bisogna imparare di nuovo a contrarlo in modo corretto. Nei casi più importanti si usano iniezioni nei punti dolorosi, a base di tossina botulinica e cortisonico.

Serve anche il supporto psicologico?

Chiariamo: chi soffre di questa malattia non ha un problema psicosomatico. Ma un aiuto può servire, perché spesso sono donne che hanno dovuto vivere in maniera dolorosa e deteriorata la loro vita sessuale. 

Cosa consiglia a chi teme di soffrire di vulvodinia?

Purtroppo a livello territoriale c'è una certa disomogeneità di centri specializzati, che sono soprattutto al nord. Però le donne che soffrono di questa malattia sono molto attive, hanno creato delle associazioni davvero serie e rigorose, come l'Associazione VulvodiniaPuntoInfo ONLUS, con cui collaborano svariate figure professionali (da medici a ostetriche). O l'Associazione Viva (Vincere Insieme La Vulvodinia) che ha un elenco di professionisti di riferimento, in tutta Italia. Infine l'AIV, l'Associazione Italiana Vulvodinia, di cui sono direttore scientifico, che offre anche un piccolo test online, per una primissima autodiagnosi.


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