Attentato in Tunisia: Seifedinne, il miliziano universitario con un "un padre disperato"

"Sono un padre disperato" dichiara Hakim Rezgui il padre di Seifedinne, l'autore della strage in Tunisia che venerdì 26 giugno ha ucciso 38 turisti all’hotel Imperial Marhaba di Sousse. Un ragazzo che andava all'università e ballava la breakdance.

Seifedinne Rezgui, il 23enne tunisino autore della strage che venerdì 26 giugno ha ucciso 38 persone in un resort di Susa.


Trentotto vite spezzate, l’Isis (ancora) più forte, il terrorismo più popolare tra i giovani, un padre disperato. È questa, in estrema sintesi, l’eredità di Seifedinne Rezgui, il 23enne tunisino autore della strage a Sousse che venerdì 26 giugno ha scosso il mondo intero. La polizia ha arrestato sette persone perché, a quanto pare, quello che si credeva un "lupo solitario", in realtà è stato addestrato in Libia ed era legato a una cellula terroristica

Insomma, la vita di Seifedinne Rezgui non si svolgeva solo a Kairouane, dove il giovane studiava e condivideva un appartamento con altri tre ragazzi. "Sono un padre disperato - ha dichiarato Hakim, il padre, alle telecamere che sono andati a cercarlo nella sua casa dai muri bianchissimi e le persiane blu -. Non dormo da due giorni. Uno manda un figlio all'università e me lo indottrinano in questo modo. Persi già un figlio per un fulmine. Ora perdo quest'altro figlio maschio: morto e anche assassino". 

Una disperazione, quella dei genitori dei miliziani, che sempre di più li coglie impreparati, del tutto ignari delle intenzioni dei figli che, da un giorno all’altro, si ritrovano dall’altra parte della barricata, a combattere una guerra in nome di un Califfato che vuole annientare chiunque la pensi diversamente e che catalizza una generazione alla ricerca di un ruolo e di modelli alternativi al mondo Occidentale. Una generazione che dai banchi di scuola si ritrova con un kalashnikov in mano

Non è una novità nella Tunisia che ha il più alto numero di jihadisti. Un paese che alle elezioni dello scorso autunno ha scelto l’ala moderata ma che al governo si è ritrovata (anche) gli estremisti e dove, per le strade e nelle moschee, covano miliziani capaci di armarsi e seminare morte. Ragazzi senza barbe lunghe, dall'aspetto normale, con vite normali, normali passioni. 

Come Seifedinne Rezgui, il giovane che venerdì mattina, all’hotel Imperial Marhaba, a Sousse, una delle località più turistiche del Paese, ha freddato 38 persone solo in virtù del loro passaporto, deciso a fiaccare una delle principali entrate economiche dello Stato nel modo più orribile e vergognoso. Un giovane che - come raccontano i testimoni - non sapeva nemmeno usare l’arma che teneva in mano. “Sembrava non sapere come maneggiare un’arma così pesante”, ha raccontato un testimone al New York Times; “Rezgui non riusciva a prendere bene la mira” ha detto un altro al Wall Street Journal tanto che quasi tutti i primi proiettili sono finiti nella sabbia. Una specie di rodaggio prima delle esecuzioni vere e proprie: Rezgui ha ricaricato l’arma, si è avvicinato alle sue vittime e le ha uccise colpendole alla testa e al petto. 

Il tutto senza mai scomporsi, con il suo atteggiamento “tranquillo” e “professionale”, come se stesse facendo una “passeggiata”. In merito fa impressione la fotografia di SkyNews che lo immortala mentre armato, pochi attimi prima della strage, cammina sulla spiaggia, e a chi si avvicina preoccupato, in arabo risponde: “tranquilli, voglio i turisti, state alla larga”. Tanto che di fronte agli eroici tunisini che hanno fatto da scudo umano ai turistiRezgui non ha premuto il grilletto. Non era la sua gente che voleva uccidere, ma quella che nel suo Paese ci era entrata con visto turistico. Perciò non ha sparato a Matthew James, gallese, 30 anni, per gli amici Sas che, quando la raffica è iniziata, si è gettato su  Saera, la sua fidanzata, si è preso una pallottola al petto, una all’anca, una alla spalla, ma le ha salvato la vita ed è riuscito a sopravvivere.  

In un primo tempo si pensava che Rezgui fosse arrivato dal mare. Invece no, nei pressi del teatro della morte, ci è arrivato "con un'utilitaria", ha fatto sapere il ministro del turismo tunisino Selma Elloumi Rekik, ha parcheggiato, ha nascosto l'arma in un ombrellone e, passeggiando sul bagnasciuga, è arrivato, indisturbato, a destinazione. Secondo le prime indiscrezioni, in passato il ragazzo ha lavorato come animatore turistico, forse anche in quello stesso resort (anche se dall'amministrazione escludono) e questo spiegherebbe la sua dimestichezza con gli ambienti.

Perché dopo la carneficina nella spiaggia del resort, Rezgui si è diretto in piscina, ha lanciato una granata verso chi cercava di fuggire e un’altra in una stanza dove si erano nascosti in molti. Soddisfatto, è ritornato in spiaggia, ha fatto una telefonata, ha lanciato il cellulare in mare (ora recuperato) e si è diretto verso un altro resort. Qualche (coraggioso) tunisino l’ha seguito, ha provato a farlo ragionare. Ma niente, solo i proiettili che i poliziotti tunisini gli hanno sparato poco dopo lo hanno fermato. E ucciso.

Gli piaceva mettere il gel sui capelli, indossare vestiti alla moda e partecipare alle competizioni di breakdance” racconta lo zio Ali Al-Rezgui e confermano gli amici. L'altra faccia di Seifedinne era ombrosa, estrema: “Se l'amore per il jihad è un crimine, allora il mondo vedrà che sono un criminale”, scriveva lui sul suo profilo Facebook il giorno di Capodanno. E ancora: "Gli eroi sono nelle tombe, i veri uomini in prigione e i traditori nei palazzi". Tra un inno alla jihad e l'altro, faceva sventolare la bandiera della nazionale tunisina impegnata nella Coppa d’Africa, dove tifava (anche) Real Madrid, dove postava brani di Eminem ed Enrique Iglesias e nel 2010 perfino un video in cui - fasciato da jeans aderenti e con un cappellino da baseball – ballava la breakdance. Un video sommerso da commenti dopo che la sua identità è stata resa nota dalle autorità tunisine. “Prima è stato un artista, poi è diventato il demonio”, recita uno dei (mille e mille) commenti al video, forse scritto da chi lo conosceva ai tempi. 

Prima che Seifedinne Rezgui, da ragazzo di buona famiglia, incensurato, silenzioso studente d’ingegneria informatica iscritto all’università di Kairouane, iniziasse a frequentare la moschea della quarta città santa per i musulmani dopo La Mecca, Medina e Gerusalemme e si trasformasse in Abu Yahya al Qirawani, il nome che aveva scelto da militante dell’Isis. 

Una deriva che in Tunisia - come ha perfettamente raccontato il reportage L’Islam davanti a noi, firmato da Anna Migotto e Stefania Miretti, su che cosa significhi avere vent'anni e cercare la propria identità in un paese in bilico tra Europa e Califfato -, succede sempre di più a insospettabili ragazzi della porta accanto, con la faccia pulita e pazze idee in testa.

Copyright foto: YouTube
Potrebbe anche interessarti
Il documento intitolato « Attentato in Tunisia: Seifedinne, il miliziano universitario con un "un padre disperato" » dal sito Magazine delle donne (magazinedelledonne.it) è reso disponibile sotto i termini della licenza Creative Commons. È possibile copiare, modificare delle copie di questa pagina, nelle condizioni previste dalla licenza, finché questa nota appaia chiaramente.