Stereotipi di genere: il codice neutro dell'uguaglianza

CoryseFarina

Cosa sono gli stereotipi di genere? Come incidono sul modo di pensare e di agire degli uomini?
 

Una linea guida contro gli sterotipi e il sessismo che dilaga nel mondo. ©  Jozef Mičic/123RF


Gli stereotipi sono un insieme di credenze, idee e opinioni accettate per riflesso, senza essere prima valutate o verificate in maniera critica, e che sono associate senza alcuna distinzione a un intero gruppo di persone.
Gli stereotipi hanno quindi lo scopo di attribuire a priori una opinione precostituita a tutti coloro che appartengono ad una categoria particolare. Alcuni esempi che avvalorano questa definizione e, più ricorrenti, sono: "gli italiani mangiano solo pasta", "i napoletani sono tutti camorristi", "al nord sono tutti freddi", "le bionde sono tutte stupide" ,ecc.
Questi stereotipi che, sul momento, potrebbero farci sorridere, a forza di essere ripetuti, diventano parte integrante della concezione collettiva. Per quanto essere “accusati” di mangiare pasta ogni giorno possa non importare a nessuno, essere invece giudicati freddi, camorristi o stupidi, solo perché si fa parte involontariamente di una categoria può, a lungo andare, creare false convinzioni, generalizzazioni e pregiudizi sbagliati.

Gli stereotipi di genere seguono lo stesso principio, solo che, le categorie messe in questione, sono l’essere uomo o donna: "non piangere come una femminuccia", "le donne poco vestite sono sicuramente delle poco di buono", "il rosa è per le femmine", "gli uomini non sanno cucinare", "gli uomini sono tutti violenti" ecc. 
Questi stereotipi fanno parte dei luoghi comuni che, nel tempo, si sono ancorati nelle concezioni dell’uomo, tanto che oggi ci risultano completamente normali. Involontariamente accettiamo e incrementiamo queste convinzioni e risulta quasi scontato credere che, solo le “femmine” piangano, si vestano di rosa, sappiano cucinare, non siano in grado di guidare, mentre gli uomini pensano solo al calcio, al sesso, ad andare in palestra, ecc.

Per gli stereotipi di genere Geoge Orwell, in 1984, parla proprio di Pensiero Unico, e, chiunque lo abbia letto, sa bene che i suoi discorsi, pensati principalmente in riferimento ai regimi totalitari del Novecento, siano, al giorno d’oggi, pienamente realizzati nei totalitarismi cedevoli e allentati della nuova società dei consumi. Il Pensiero Unico di cui parla, che silenzia, denigra e vieta chiunque di pensare diversamente da come è stato imposto, ha lo scopo di ridurre al massimo l’azione del pensiero portando tutti ad essere convinti di un’unica verità assoluta. Questa verità assoluta dà vita agli stereotipi di genere e si è installata nelle menti, portando a convinzioni collettive difficili da sradicare.

Queste opinioni preconfezionate però, hanno spesso e volentieri un senso negativo e dispregiativo, soprattutto verso le donne, che sfocia in quello che è oggigiorno denominato Sessismo. È considerata sessista una qualsiasi forma di discriminazione tra esseri umani basata su differenze di genere. In particolare, si manifesta come convinzioni sulla presunta superiorità di un genere rispetto ad un altro e sull’affibbiare arbitrariamente una qualità o un difetto all’uno o all’altro sesso.
 

Psicologia e comunicazione antisessista per le donne

Il sessismo contro le donne ha come forma estrema la misoginia, cioè, vero e proprio odio del genere femminile, ma fortunatamente nel Ventunesimo secolo, forme di misoginia sono davvero rare. Quella che dilaga maggiormente e che viene parecchie volte sottovalutata pensando, addirittura, che non esista, è la presunta inferiorità della donna rispetto all’uomo. La maggior parte delle persone a cui si chiede se esista una disparità di genere, risponde in modo negativo: “Insomma, le donne lavorano, guidano e votano pure, cosa vogliono di più?”, sentiamo rispondere.
È dunque alquanto scontato rispondere che, no, le donne non hanno pari diritti degli uomini e anche se le donne votano e lavorano non significa che le discriminazioni non esistano. Il solo pensare che gli uomini non sappiano cucinare o fare le pulizie mentre le donne sì, come se fosse un dono divino riservato solo alla cerchia femminile, è essere sessista.
Sono le piccole cose a fare la differenza e bisogna proprio partire dalle piccole cose per eliminare definitivamente discriminazioni e stereotipi di genere. Il movimento per eccellenza che si propone di affrontare queste disparità è quello del Femminismo. Il movimento richiede l’abolizione della società patriarcale, caratterizzata dalla fissità dei ruoli di genere che, oltre alle donne, nuoce anche agli uomini, in quanto gli incarichi che confinano la donna in casa, sono gli stessi che, invece, riservano agli uomini i lavori più faticosi e pesanti. 
Purtroppo anche intorno al Femminismo girano numerosi stereotipi e false verità che ne macchiano le finalità. Molte donniste (donne che propongono la superiorità della donna sull’uomo) si nascondono sotto il nome femminismo, inquinandone il fondamento principale che, invece, si pone come scopo, la parità sociale, politica ed economica tra sessi e non la superiorità.
Spesso, quindi, in modo sbagliato, si tende a pensare che siano le femministe a detestare il genere maschile, ma in realtà non si tratta di misandria: quello che viene richiesto è semplicemente un valore elementare, il rispetto.

Gli stereotipi di genere condizionano, inoltre le scelte di uomini e donne in maniera cosi sottile da essere quasi impercettibile. Come lo deduce David Wallace, scrittore americano autore di Questa è l’Acqua, gli stereotipi "sono come l’acqua per i pesci, proprio perché ci circondano e sono ovunque, non li vediamo più". 
Gli stereotipi incidono sulle scelte e aspirazioni lavorative: per le ragazze è infatti preferibile una professione umanistica, come l’insegnamento o le risorse umane, mentre ai ragazzi è riservata la carriera scientifica e tecnologica, come l’ingegneria, la matematica e la medicina.

Nella Rivendicazione dei diritti delle donne del 1792 di Mary Wollstonecraft, l’autrice scrive "Vorrei che le donne avessero potere non sugli uomini, ma su loro stesse". È questa la base del concetto femminista, sapere di essere qualcuno, sapere di avere dei diritti e sapere di poter pensare a modo proprio.

Solo nel momento in cui ci si rende conto di come il sessismo si trovi nelle piccole cose e quanto incida nella mente collettiva, si aprono gli occhi e si inizia a vedere tutto sotto una prospettiva diversa. Più si fa attenzione, più si nota come, in fin dei conti, siamo circondati ancora oggi da programmi, film, cartoni animati, pubblicità e canzoni a sfondo sessista. 


Psicologia e comunicazione antisessista per gli uomini

Se alle donne si chiede di aprire gli occhi, comunicare l’antisessismo e l’abolizione degli stereotipi di genere invece agli uomini, significa quasi aprire loro un altro modo di vedere la vita.
C’è tutta una cultura patriarcale antica che impedisce agli uomini di rendersi conto della concezione in cui sono prigionieri e che attribuisce, ai loro occhi, sin dalla nascita, tanti nomi di “qualità” come potere, virilità, forza fisica, inaccessibilità, capacità di seduzione, insensibilità ecc.
Da ciò, la definizione di paternalismo, che leggittima così una figura maschile da cui, nell’immaginario comune, la donna deve dipendere, essere amata e protetta.
L'obiettivo è quello di neutralizzare - e non cancellare -  l’abitudine violenta a comandare e la “naturale” attitudine di superiorità, tipica del maschio eterosessuale, nei confronti degli altri sessi e generi.
Ma le difficoltà sono enormi, in primis, perché questa politica sessista dilaga ovunque (in tv, alla radio, sui cartelloni pubblicitari, e nel mondo del lavoro), ma soprattutto perché ogni giorno ci sarebbe da rifare, per ogni nuova notizia di politica, cronaca e società, l’ormai ammuffito, ma sempre tanto valido, discorso di differenziare la colpa da quella che è la responsabilità, perché in caso di femmicidio o stupro è impensabile pensare che una parte di responsabilità sia della vittima (come è accaduto spesso negli ultimi casi di cronaca)-. La vittima è però corresponsabile quando, in caso di violenza, si legge che il 40% delle teenager è disposto a perdonare gesti violenti, quando vengono coperti i lividi coi correttori, quando si nasconde una violenza in famiglia o anche solo quando ci si accontenta di stipendi inferiori.

Siamo nel Ventunesimo secolo, è finita l’era della disinformazione e non ci si può più nascondere dietro la mancanza di consapevolezza, cultura e istruzione. È dunque ora di svegliarsi e, anche se, per gran parte degli uomini non può esistere un’alternativa al linguaggio e al mondo patriarcale, diverso dal quale sono nati e hanno ottenuto ciò che hanno, bisognerebbe comunque capire che si deve riunciare ai vantaggi del patriarcato, non affinché l’autorità femminile possa sostituirlo, ma per avere qualcosa di migliore. Come sostiene l’attivista antisessista italiano, Lorenzo Gasparrini, “Questo qualcosa di migliore esiste, e funziona, e si può fare, sia come mondo con gli stessi diritti e le stesse opportunità, sia la stessa uguaglianza politica, economica e sociale di tutte e tutti, sia come relazioni umane, intellettuali e sessuali finamente libere da stereotipi, ruoli, maschere e finzioni di potere”.

Questo mondo migliore libererebbe anche gli uomini dagli stereotipi dispregiativi che li caratterizzano e permetterebbe loro di poter piangere, depilarsi, fare danza, giocare con le bambole, vestire di rosa, ascoltare boyband e guardare programmi televisivi considerati di genere senza che nessuno possa giudicarli.

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