Mobbing sul lavoro: come dimostrarlo, cos'è, chi colpisce

Giulia Vola

Sebbene il mobbing sul lavoro non sia un reato specifico, l'ordinamento italiano offre diversi strumenti per essere tutelati. Ecco come riconoscerlo, come difendersi e come ottenere giustizia. 

Le donne in gravidanza o al rientro dalla maternità sono spesso vittime di mobbing sul lavoro: 4 su dieci sono state costrette a dare le dimissioni. © Katarzyna Białasiewicz/123RF


Cos’è il mobbing sul lavoro

Mobbing, dall’inglese to mob, assaltare, assalire, riferito ad alcuni volatili verso estranei al nido. Ecco da dove deriva la parola mobbing, il fenomeno - complice la crisi economica - sempre più diffuso negli ambienti di lavoro. Una violenza psicologica che si esplicita in aggressioni feroci, più o meno urlate, talvolta anche fisiche, che provocano in chi le subisce ripercussioni non solo professionali ma anche psichiche. Il mobbing sul lavoro è il bullismo dei grandi, messo in atto da uno o più superiori (in questo caso si definisce bossing) o dal branco dei colleghi ai danni di una vittima che viene accerchiata, derisa, vessata, isolata. Sfottò, insulti, discriminazioni, umiliazioni, angherie e demansionamenti immotivati: una vera e propria campagna denigratoria, una persecuzione volta a ledere la dignità della persona che sboccia e prolifera nell’omertà generale.


Vittima di mobbing: il disturbo di adattamento

Stress, perdita di autostima, tachicardia, annebbiamento della vista, attacchi di panico: sono solo alcuni dei sintomi del “disturbo d’adattamento” che attanaglia la vittima di mobbing. Una vera e propria patologia che priva la vittima della capacità di reagire fino a costringerla ad assentarsi dal lavoro o, peggio, a dare le dimissioni.


Mobbing sulle donne

Un capitolo a parte (e ancora più triste) è il mobbing sulle donne in gravidanza e al rientro dalla maternità: mobbizzate dal branco che ne ha rosicchiato i ruoli durante l'assenza, o dal datore di lavoro che le giudica meno produttive, oltre a subire le già note umiliazioni spesso vengono isolate e demansionate al punto provocarne, in molti casi, le dimissioni. Tra il 2013 e il 2015 - gli ultimi dati disponibili dell’Osservatorio nazionale mobbing in Italia - “sono state licenziate o costrette a dimettersi 800mila donne, di cui 350mila sono quelle discriminate per via della maternità o per richieste che tendevano ad armonizzare il lavoro con le esigenze famigliari”. E ancora: “a causa del mobbing post-partum 4 donne su 10 sono state costrette a dare le dimissioni: 21% al Sud, 20% al Nord-Ovest, 18% al Nord-Est, il resto nelle isole e nelle periferie”.


Reato di mobbing

Sebbene, ad oggi, il mobbing sul lavoro non è ancora riconosciuto come reato specifico né come una malattia professionale risarcibile dall’INAIL (ma si sta lavorando affinché ciò avvenga), l’ordinamento italiano offre diverse norme che consentono alle vittime di provarlo in un’aula giudiziaria e ottenere un risarcimento amministrativo proporzionale al danno subito. Va precisato che, laddove il mobber abbia messo in atto comportamenti di rilevanza penale (ad esempio diffamazione, minaccia o violenza fisica) allora il procedimento giudiziario può avere esiti differenti.


Denuncia per mobbing sul lavoro: come fare

Il primo passo che deve riuscire a fare la vittima di mobbing è quello verso gli sportelli ad hoc della città di residenza. Per trovare l’indirizzo bastano pochi clic su internet oppure una telefonata in comune o al sindacato si riferimento. Lì, gratuitamente, riceverà tutte le informazioni su come procedere.

In generale, la vittima di mobbing deve avere la forza di resistere alle angherie - perché sia considerato mobbing il comportamento vessatorio dev’essere reiterato in un arco temporale medio-lungo - e nel frattempo collezionare più prove possibili a sostegno della denuncia. Testimonianze scritte del disagio subito (per esempio facendolo presente descrivendolo in maniera dettagliata a colleghi e datori di lavoro e conservando tutte le risposte), annotazioni precise (con luoghi e orari) dei demansionamenti e referti di medici specialistici di ASL e ospedali in cui sia diagnosticata in maniera tempestiva e accurata la patologia e le conseguenze psico-fisiche derivate. Infine serve pazienza, la virtù dei forti.   

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