Samuel in tour: “canto tutta la mia esperienza dell’amore”

Giulia Vola

Samuel in versione pop è pronto per portare in giro per l'Europa e "far vedere live" Il Codice della Bellezza, l'album che scandaglia le trame in chiaroscuro dell'amore. 

Samuel Umberto Romano, per tutti solo Samuel, porterà il sottobosco underground in versione pop oltreconfine.


Samuel. Sì, “quello dei Subsonica”. Anche no: oggi Samuel è da solo sul palco, unico protagonista de Il codice della bellezza, l’album che l’ha portato (e continuerà a portarlo) in giro per l’Italia e ora lo farà approdare in mezza Europa. Da Parigi (La Bellevilloise) il 19 ottobre a Bruxelles (VK) il giorno dopo; da Londra (il 22 alla 02 Academy Islington) a Dublino (il 23 alla Button Factory) fino ad Amsterdam (il 24 al Sugar Factory) e Barcellona (il 25 al Bikini). Un Samuel solista e cantautore pop, così lontano e così vicino a quell’alchimia di indie e di rock elettronico che l’ha trasformato in uno degli idoli (l’idolo?) del sottobosco underground italiano degli ultimi vent’anni. D’altra parte lui, Samuel Umberto Romano all'anagrafe, torinese di nascita, siciliano di origini, “cittadino d’Italia” per scelta, toro nello zodiaco e nella vita, in una parola è “complicatezza”.


Il codice della bellezza in tour: una sintesi bella dello spettacolo?

“Il tour è un modo per raccontare e vedere live il disco. Il mio lavoro ha una doppia modalità: la musica nasce e cresce in studio, tra computer e sintetizzatori. Poi c’è tutto quello che succede dal vivo: sul palco accade una trasformazione, i concerti rimettono tutto in discussione, l’energia del pubblico fa crescere ogni singolo brano, una data dopo l’altra io ne faccio una conoscenza fisica e la musica assume connotati sempre più coinvolgenti, potenti, elettrici. Nel tour de Il codice della bellezza le tre postazioni sul palco servono a mostrare questa evoluzione, dallo studio al live: io sto in quella centrale, con il ruolo di cantautore, suono il piano e la chitarra, mentre Christian Tozzo, il batterista dei Linea77, e Alessandro Bavo, il tastierista programmatore dei LNRipley - due che suonano e militano nei loro gruppi, capaci e abituati a trasmettere intensità - saranno la chiave ritmica ed elettronica. Tre anime per restituire live tutte sfumature”.


Da dove arriva e qual è il tuo codice della bellezza?

Il tour di Samuel inizia da Parigi a La Bellevilloise, il 19 ottobre. © Kika Press

“È una frase che mi è esplosa tra le mani e mi è piaciuta molto fin da subito. Come sempre succede, quando inizio un lavoro butto giù delle cose in maniera incosciente, istintiva, poi arrivano i gesti creativi. Quella frase è arrivata per caso ma non l’ho voluta lasciare andare: ho cercato d’infilarla in tutti i brani e alla fine le ho dedicato una canzone che raconta la mia idea di bellezza che, per noi mortali che non godiamo di bellezza estetica eccessiva, è l’equilibrio microscopico che si raggiunge nell’anima. Quando si arriva a quel punto ci si sente persone migliori e gli altri ci vedono più belli. È un punto di partenza molto intimo e profondo che arriva ad essere visibile in superficie, agli altri”.


I titoli dell’album sembrano le pagine di una storia d’amore: un messaggio in codice pop?

“Più che una storia d’amore ho cercato di raccontare tutto ciò che ho vissuto e ciò che ho visto dell’amore, dal lato più soleggiato a quello più dark. Volevo vivere un’esperienza estremamente pop, buttarmi nell’oceano che avevo vagamente intravisto ma nel quale non avevo mai potuto lanciarmi perché i Subsonica hanno un codice molto ferreo. Perciò ho cercato d’infilarmi in tutte le trame e in tutti i chiaroscuri. C’è la rabbia, c’è l’amore che sboccia e quello non corrisposto, c’è l’amore folle e paranoico, c’è l’amore per sé e per la solitudine. Ci sono gli algoritmi di questo sentimento su cui c’è sempre qualcosa da dire e su cui vale la pena riflettere”.


Quanto c’è della (felice e lunga) storia d’amore con Isabella Ragonese?

“C’è tutta la mia esperienza dell’amore: ho raccontato cose che c’erano prima di lei e cose che non mi sono appartenute, cose che ho rivissuto e cose che ho vissuto per interposta persona, vedendole intorno a me. Naturalmente Isabella ed io ci siamo confrontati”.


Tu in tour, lei sui set: difficile stare insieme ma più facile amarsi?

“Non amiamo i gossip, le ho promesso che non avrei detto una parola in merito...”.


Però lei ha detto che voleva un figlio da te…

“Non l’ha detto, l’hanno scritto e quando l’ha letto si è molto arrabbiata. Torniamo a parlare dell’album che questa volta non voglio fare errori io!”.


Ricevuto: com’è andata la collaborazione con Jovanotti?

“Con Jovanotti è stato un lavoro a quattro mani molto bello, di estrema collaborazione, siamo partiti da frasi, abbiamo idealizzato concetti, creato e mescolato sonorità. Come sempre, quando due musicisti fanno qualcosa insieme nasce una cosa nuova, che rimane per sempre, registrata e nella mente delle persone. Un figlio, che non chiede alimenti ma li dà e unisce chi gli ha dato la vita per sempre”.


A proposito dell’inedito, Il Rischio: qual è il più grande che hai corso?

“Quello dell’ultimo anno, uscire allo scoperto da solista, per di più debuttando a Sanremo: sapevo che ci sarebbe stata la caccia al paragone. Per fortuna, sono un frontman e sono abituato a prendere le cose di faccia! Ma sono felice di aver corso questo rischio: nel disco è rimasta una traccia chiara di questa necessità di ributtarmi nella mischia e rimettermi in discussione, di correre per crescere. Operazione molto pericolosa, che mi ha messo nelle condizioni di farmi del male, ma preferisco vederla come un atto coraggioso. D’altronde, l’esigenza di movimento fa parte della ricchezza anche dei Subsonica: abbiamo sempre avuto il bisogno, ad ogni disco, di mettere in crisi il meccanismo, farlo andare fuori giri per poi trovare nuova linfa”.


L’Italia ti conosce e ti ama, che cosa vuoi trasmettere di te all’Europa?

“All’estero, quando sentono parlare di Italia sono quasi tutti settati su un’immagine stereotipata, tra Laura Pausini ed Eros Ramazzotti: d’altra parte lo facciamo anche noi al contrario: gli Stati Uniti sono Bon Jovi, l’Inghilterra i Beatles. Ebbene, mi piacerebbe che con me venisse fuori il sottobosco italiano che sta meno sulla bocca di tutti, quello che si nutre di underground. Perché alla fine, anche se ora ho fatto un percorso più pop, arrivo da lì e sono un animale di quel mondo”.


Le tue prime volte (musicali)?

“A 6 o 7 anni, quando ho scritto la prima canzone: mio fratello suonava la chitarra, ci mettevamo sul balcone interno del condomino di Barriera di Milano, la periferia di Torino in cui siamo cresciuti, e allietavamo i pomeriggi dei vicini. Poi da adolescente, nei piccoli gruppi creati in birreria, e con gli Amici di Roland, la band di cover - per lo più - di cartoni animati. Il mio problema e la mia fortuna è che non sono mai riuscito bene nelle cover: quando mi cimentavo con i pezzi di De Gregori, De Andrè, Battisti e Bennato era una frustrazione continua. Così ho deciso - ed ero poco più che un bambino - di mettermi a scriverle. Un meccanismo che ha attivato una maturazione autoriale e da cantante che è andata di pari passo. Poi c’è la prima volta con i Subsonica, al Barrumba, un locale di Torino: avevo 24 anni ed è stata la prima esperienza da professionista, quella che mi ha permesso di emanciparmi, affittare una casa e costruire un lavoro vero. Infine a maggio 2016, all’Hiroshima, l’ultima prima volta, di nuovo nella mia città, da solista. Una prima volta molto diversa, non più a tentoni”.


Dove scrivi?

“A Torino, nella mia casa sotto la Mole Antonelliana, che fu anche di Fred Buscaglione”.


Che cosa ti hanno trasmesso i tuoi genitori?

“Sono stato ispirato nel bene e nel male, i genitori ci contagiano dalla culla alla tomba perché siamo frutto del loro modo di relazionarsi con noi e viceversa. Sono molto legato ai miei: mia madre è molto presente nel mio carattere, mi ha trasmesso l’aggressività, il calore umano, l’essere sempre acceso. Mio padre, invece, da uomo divertente, giocoso, dedito al lavoro, che dal nulla ci ha permesso una vita agiata, mi ha trasmesso la sua voglia di positività, il suo sguardo ottimista, anche nelle difficoltà”.


Che cosa fai quando non scrivi, non canti e non suoni?

“Niente, faccio solo quello!”.


Su Instagram hai scritto: “Il corpo di una donna è una bellissima cattedrale di fronte alla quale inginocchiarsi (…). Chi commette stupro, violenza o femminicidio non merita nemmeno di essere definito bestia”. Un messaggio per gli uomini e uno per le donne?

“Al di là delle differenze fisiche e del fatto che a me piace molto di più quello femminile, non ho mai visto barriere tra uomini e donne. Perciò il mio messaggio è lo stesso per entrambi e ricalca quello che ho raccontato nell’album: una delle cose che ci permette di essere vitali e vivi è vivere l’amore, il sentimento che ci unisce, nel rispetto reciproco. In un codice della bellezza, questa volta, universale”.

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