Terremoto in Messico: quei bambini di strada che nessuno cercherà

Giulia Vola

Avvertito a Città del Messico e da oltre 50 milioni di persone in tutto il Paese, il terremoto nasconde un'altra tragedia, silenziosa: quella dei bambini di strada.

L'ultimo allarme sui bambini di strada in Messico era stato lanciato dall'Università Nazionale Autonoma del Messico. © Pierrette Guertin/123RF


Delle prime 5 vittime del terribile terremoto in Messico, 2 sono bambini. Il primo è morto sotto le macerie, il secondo, un neonato, a causa del black out elettrico che ha spento l’elettricità a Città del Messico, dove alle 23.49 dell'8 settembre, il sisma ha fatto barcollare perfino l'Angelo dell’Indipendenza. Quando la terra ha tremato sotto l'oceano Pacifico con una scossa di magnitudo 8,2, il piccolo era all’ospedale, attaccato al respiratore. La tragedia però - che ha dimensioni epiche visto che oltre alle scosse di assestamento (se ne sono già registrate 65) ora si teme anche uno tsunami - nasconde un’altra tragedia, silenziosa. Quella de los niños de la calle, i bambini di strada del Messico.

I bambini randagi, anime abbandonate al loro destino nella buona e nella cattiva sorte. Spesso dai loro stessi genitori che, invece di proteggerli, li spediscono a mendicare. Quando va bene. Perché quando va male, quei figli non voluti sono costretti a scappare dalla droga, le violenze e dagli abusi di chi li ha messi al mondo. E si ritrovano perduti due volte, condannati a vivere in branco, ai margini della società, della vita. Perché quando succedono tragedie come questa, che siano vivi o morti non fa differenza per nessuno.

Se è impossibile quantificare quanti siano questi homeless in miniatura che non hanno mai nemmeno avuto la fantasia per sognare le scuole che oggi sono chiuse, che l'unico focolare che conoscono è quello del marciapiede, che vivono di carità e microcriminalità, che si vestono di stracci e si nutrono di scarti e indifferenza, calcolare quanti di loro sono morti e moriranno è inutile. Il terremoto ha colpito 50 milioni di messicani sparpagliati per il Paese, è stato più potente di quello del 1985 che fece tra le 4 e le 10mila vittime: anche allora collassarono i palazzi e le strade si trasformarono in cumuli di macerie e anche allora di quei bambini invisibili ne vennero inghiottiti chissà quanti.

L’ultimo allarme sulla necessità di guardare negli occhi quella generazione perduta, l’aveva lanciato pochi giorni fa uno studio dell’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM). Un monito ciclicamente ripetuto e inascoltato che oggi, in un Paese alle prese con i sommersi e i salvati, diventa un dettaglio di un dramma. Perché nessuno cercherà quelle anime che erano già perse e scosse prima di essere inghiottite dalla terra.

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