Torino, Erika Pioletti morta per infarto da schiacciamento

Giulia Vola

Schiacciata dalla folla impazzita di piazza San Carlo, Erika Pioletti è morta dopo 12 giorni di agonia. Era venuta a vedere la finale di Champions per fare un regalo al suo fidanzato.

Quando è scoppiato il panico a Torino Erika Pioletti è stata schiacciata: il suo cuore si è fermato per 40 minuti. © YouTube


Erika Pioletti è morta alle 21.56 del 15 giugno. Se l’è portata via quell’infarto da schiacciamento di dodici giorni prima, quando quella maledetta sera, a Torino è scoppiato il panico e una folla di 30mila tifosi riuniti in piazza San Carlo per vedere la finale di Champions League si è trasformata in una mandria impazzita, l’ha travolta e spinta contro un muro o una transenna. Soccorsa da un pompiere e un poliziotto che hanno provato a rianimarla per più di mezz’ora aspettando l’ambulanza, Erika è stata ricoverata al San Giovanni Bosco di Torino in condizioni tragiche: in quel delirio il suo cuore si è fermato per 40 minuti. Troppi. Il danno cerebrale è gravissimo, dicono i medici il filo che la tiene in vita sottilissimo, ripete la sorella Cristina, con il cuore gonfio di speranza. Quando si è spezzato i genitori hanno autorizzato l’espianto degli organi ma, al momento, la salma è ancora a disposizione della magistratura che, a questo punto, indaga per omicidio colposo.

Trentotto anni, residente a Domodossola ma nata a Beura Cardezza, nel Verbano-Cusio-Ossola, Erika era impiegata in uno studio di commercialisti e il 3 giugno scorso era venuta a Torino con il suo fidanzato, Fabio Martinoli, per fargli un regalo: "Era il giorno del mio compleanno - racconta lui a Repubblica, distrutto, arrabbiato, impotente -, Erika mi aveva fatto un regalo accompagnandomi a vedere la finale in piazza San Carlo. Ho compiuto 38 anni quella sera, potete immaginare i miei pensieri d'ora in poi quando mi faranno gli auguri...".

Nessuno può immaginare un dolore così grande e assurdo. “Io non sono un tifoso sfegatato, sono juventino perché lo era mio nonno ma sarò andato due o tre volte in vita mia allo stadio” racconta, dannandosi perché per tutto l’anno “avevamo seguito la coppa con alcuni amici, si rideva, ci si prendeva in giro” e dannandosi perché “quella per la finale doveva essere una festa, non immaginavamo di trovarci in mezzo alla bolgia”. Soprattutto non si aspettava che fosse “tutto disorganizzato, c'erano venditori abusivi, entrava chiunque senza controllo, c'erano bottiglie dappertutto”.

È amareggiato Fabio: “Siamo un Paese così, non abbiamo imparato nulla, bastava copiare quello che avevano fatto gli spagnoli con la proiezione dentro lo stadio. Invece qui è come se la sindaca avesse lasciato aperta la porta di casa sua senza rendersi conto che entravano trentamila persone. E quando il fattaccio ormai è accaduto dice "scusate, mi spiace, pensavo sarebbero venute solo due persone per un caffè". Ecco, "mi spiace" sono parole che non riusciamo a sentire". Come se non bastasse, qualcuno, all’ospedale, gli ha rubato il cellulare con le ultime foto e gli ultimi messaggi.

Dal canto suo la sindaca Chiara Appendino - che in questi 12 giorni è sempre stata in contatto con la famiglia - ha affidato a un post su Facebook il suo cordoglio: “In un momento di così profondo dolore - scrive -, ogni parola sarebbe superflua. Posso solo esprimere le più sincere condoglianze mie e di tutta la Città a familiari e amici di Erika. Per il giorno dei funerali sarà proclamato il lutto cittadino". Nel frattempo le bandiere del Comune e dei principali edifici pubblici della città sono a mezz’asta.

Del momento del trauma, quello in cui Erika ha subito l’infarto da schiacciamento che l’ha condannata, non parla nessuno. “Non so cosa è successo in quella piazza - ha ripetuto in questi giorni la mamma - e forse non mi interessa saperlo. So soltanto che non avrò più mia figlia”. Lo zio, al suo fianco aggiungeva “E tutto questo solo per una partita di calcio”.

Ora resta solo lo sconforto, l'impotenza della vita di fronte alla morte. Per di più una morte assurda, che si poteva e doveva evitare: "Ho finito le lacrime - dice Fabio - non so cosa pensare: su trentamila persone perché proprio lei? Non so se sia stato il destino, non so se arrabbiarmi... Ma a cosa serve la rabbia? Questo è un Paese in cui le cose devono succedere prima che qualcuno pensi a come prevenirle: ma non si poteva immaginare tutto questo? Potete scrivere che ci dovevano pensare prima?". Repubblica lo ha scritto, noi lo amplifichiamo.

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