Valentino Talluto: una delle vittime dell'untore si racconta

Giulia Vola

Intervistata dal Corriere della Sera, una delle vittime di Valentino Talluto, l'untore di Acilia in attesa di processo, racconta la loro relazione e la sua vita da sieropositiva.  

Manuela, una delle vittime di Valentino Talluto, racconta la sua vita da sieropositiva costretta a convivere con il virus. © dolgachov/123RF


C’è stato un tempo in cui Valentino Talluto era una persona amata. Era prima che per tutti diventasse l’untore di Acilia, il mostro sieropositivo che, consapevolmente, ha contagiato un numero imprecisato di persone con il bugchasing. Mentre lui è in carcere e imputato al processo per i reati di epidemia dolosa e lesioni gravissime e rischia 20 anni di carcere, le sue vittime si fanno forza l’una con l’altra, qualcuna si racconta anche. L’ultima è Manuela (nome di fantasia) che lo ha fatto in un’intervista al Corriere della Sera.

Manuela e Valentino si sono conosciuti in chat perché è lì - su Badoo, Chatta e Netlog - che lui, nome in codice “Harty Style”, adescava le sue prede, per lo più donne in difficoltà, fragili. Lei, per esempio, aveva appena subito un lutto in famiglia. “A volte ti faceva un’improvvisata al lavoro - racconta la donna -. Ti portava un regalo inaspettato. Mi presentava agli amici. Mi fece conoscere gli zii. Insomma, mi faceva sentire importante. Lo sentivi vicino, c’era condivisione, attrazione, sintonia”.

Un mese dopo le chiacchiere virtuali escono insieme. “Lui abitava da solo, ma non aveva molti soldi. C’era in ballo l’eredità della madre e in famiglia erano liti: tutti contro tutti”. Manuela è giovane, studia, lavora, si fa in quattro per racimolare qualche soldo e quando i due vanno a cena fuori è lei a pagare il conto. Manuela è comprensiva e quando capita di litigare e lui esplode - “Una volta mi tirò dietro una ciotola di pasta. Avevo provato a seguire una ricetta di famiglia, m’era venuta male" - lei non ci fa più di tanto caso.

Finché, un giorno scopre le altre donne, per caso, “dal computer. Il cellulare se lo portava sempre dietro, avesse potuto ci sarebbe entrato anche nel box della doccia. Invece con il pc era più distratto. Un giorno era rimasta una schermata aperta. C’era una chat e frasi irriferibili…”. Lui si giustifica dicendo “Guarda che con quelle non ci faccio niente, quando tu sei via ci chatto per divertirmi”. Peccato che “in parallelo era arrivato ad avere anche sei storie”.

La verità più terribile, però, l’ha ammessa: “Un giorno mi dice: ‘Sai, sono sieropositivo’. Allora penso ai nostri rapporti, lui li esigeva senza protezione, e capisco che devo fare il test. Lo faccio ed esce fuori negativo. Come mai? Eravamo nel periodo finestra. Il suo Dna era entrato nel mio sangue e la sieroconversione era in atto. Ne faccio un altro: positiva”. Un momento che Manuela ha stampato nella memoria: “Ero sola in una stanza dell’ospedale Spallanzani. Il medico alza la cartellina e mi dice: ‘Signorina mi spiace…’. In un attimo tutto si cancella. Come se vedessi nero. Lui dice qualcosa che non ricordo. Io scoppio a piangere. Poi esco dalla stanza, cammino fuori e mi siedo su una panchina. Sa chi è la prima persona che ho chiamato?”. Lui, Valentino.

Lui, però, la evita, poi ritorna “Sono cambiato”, le dice. “Lo guardo. Ha i capelli tagliati in un altro modo. È dimagrito. Mi lascio convincere. Riprendiamo anche i rapporti sessuali. Non riuscivo a guardarlo con occhi diversi. Ero sempre la solita Manuela”. Quella che quando un pomeriggio “si presenta da me una ragazza e mi chiede se conosco Valentino” capisce subito. E le spiega tutto, la convince a fare il test e la sorregge quando arriva il risultato.

Oggi Manuela è alle prese con la sua quotidianità da sieropositiva: “Ci pensi quando mancano pochi giorni alla fine del mese e sai che devi ripresentarti allo Spallanzani. Ci pensi quando sono trascorsi i sei mesi che servono per ripetere l’analisi del sistema immunitario. Ci pensi perché sai che al massimo, se ti va bene, l’hai addormentato. Ma sarà sempre in circolo nel tuo sangue. E che se prendi una malattia importante quello può fare da catalizzatore”. Per non parlare di come cambia la vita con gli altri: “C’è chi ti offre il caffè nella tazzina di vetro. Ma sono pochi. La maggior parte ascolta, sorride, annuisce, ma poi ti serve il caffè nel bicchiere di plastica”. E lo butta via, dopo, che non si sa mai.

Per fortuna c’è anche chi ha il coraggio di andare oltre, come la sua nuova compagna, “Lei è la benedizione in fondo a questa storia. Dopotutto ho avuto fortuna - ha il coraggio di ammettere Manuela -, le persone che amavo hanno capito e io sono stata come un fiume in piena: ho confidato tutto”.

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