Chi ha paura muore ogni giorno: Manchester 25 anni dopo Capaci

Eleonora Chiais

Il 23 maggio ricorre il venticinquesimo anniversario della strage di Capaci nella quale persero la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani. All'indomani dei fatti di Manchester impossibile non osare un paragone.
 

Il 23 maggio è il venticinquesimo anniversario della strage di Capaci nella quale persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie e collega Francesca Morvillo e tre agenti della scorta. © YouTube - Rai Storia

 

Due esplosioni, l’eco sordo dell’una che - a venticinque anni di distanza - risuona nell’altra. Il 23 di maggio, all’indomani dell’attentato al concerto di Ariana Grande, ricorre il primo quarto di secolo della strage di Capaci nella quale persero la vita Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani.

Una coincidenza che non può che far riflettere, specialmente se la si affronta tenendo in mente una delle frasi di Falcone più note: “Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola”. E se di morte si parla in entrambi i casi, è chiaro che le circostanze sono diverse: l’omicidio del giudice che dedicò una vita intera alla lotta contro la mafia fu l’ultimo atto di una guerra aperta e dichiarata, di una guerra che aveva nemici e “amici”, una guerra che Falcone combatteva ogni giorno, conscio del pericolo ma votato alla causa, una guerra fisica dove i volti di chi apparteneva all’uno e all’altro schieramento erano, vicendevolmente, noti. Lo stesso non si può dire della guerra di oggi, una guerra che si basa sul sospetto, sull’insicurezza, sullo sconosciuto, una guerra senza volti dove quelli che appaiono amici possono trasformarsi in nemici e quelli che hanno tutti i connotati dei nemici possono, invece, rivelarsi amici.

Eppure. Eppure non mancano nemmeno i punti in comune. Il primo, il più evidente, è la fretta di qualcuno che si sente braccato. Totò Riina, è noto, era sotto pressione perché - dopo essersi impegnato, senza successo, perché la sentenza della Cassazione ribaltasse le condanne all’ergastolo per gli imputati del maxi processo a Cosa Nostra -  aveva perso di credibilità di fronte ai boss e dunque aveva bisogno di un’azione eclatante per riacquistarla. Allo stesso tempo, mentre i media internazionali riportano a spron battuto le notizie sull’indebolimento dei vertici del sedicente Califfato, pare ragionevole credere che azioni dimostrative di simile impatto possano essere utilizzate dall’ISIS per dare un segno di forza (vera o presunta che sia) a simpatizzanti, affiliati e - specialmente - detrattori.

Il secondo punto comune, invece, è un po’ meno specifico. Gli attentati di mafia, proprio come quelli terroristici, basano infatti molto del proprio “successo” sulla loro imprevedibilità. Eccezion fatta per il caso di Falcone e poi, 57 giorni dopo, di Paolo Borsellino (entrambi pienamente consapevoli del rischio che correvano ogni giorno), normalmente questi attacchi - ed è qui che sta la loro essenza - sono per definizione inattesi, possono capitare ovunque, a chiunque. Evitarli? Impossibile. Anche una vita trascorsa nelle mura domestiche - a patto che di vita degna di essere vissuta si tratti - non è estranea dalla possibilità di trasformare chi la sceglie in una vittima. Dunque cosa fare? Ricordare, ancora e sempre, le parole coraggiose di quell’uomo ucciso da una carica di 572 chili di esplosivo venticinque anni or sono: “L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio ma incoscienza”.

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