Omofobia in Italia: nella Giornata Mondiale emerge una triste realtà

Giulia Vola

Il 17 marzo, Giornata contro l'omofobia, è l'occasione per fare il punto: mentre l'Italia non ha ancora una legge, il numero verde del Gay Center riceve 20mila chiamate l'anno.   

In Italia la legge contro l'omofobia giace in Commissione Giustizia dal 2013. © elina/123RF


C’è ben poco di cui andar fieri il 17 maggio, Giornata Internazionale contro le discriminazioni basate sull’orientamento e sull’identità di genere: mentre la legge contro l’omofobia fa la muffa in commissione Giustizia al Senato dal 2013, al numero verde (800 713 713) gestito dal Gay Center il telefono suona 20mila volte l’anno, quasi 55 al giorno. Duecentoventimila richieste di aiuto da quando è stato istituito, 11 anni or sono: “Dietro a questi numeri - spiega Fabrizio Marrazzo, portavoce del Gay Center - ci sono migliaia di storie: dai minori cacciati dalle loro stesse famiglie a professionisti che incontrano ancora oggi discriminazioni nei luoghi di lavoro”.

C’è il bullismo in tutte le sue espressioni, ci sono aggressioni fisiche e verbali, ci sono le violenze sessuali subite dalle lesbiche, ci sono gli esorcismiper guarire i malati” e ci sono perfino sequestri di persona: figli segregati in casa dai propri genitori, per lo più. Insomma, nonostante la legge sulle Unioni civili abbia sdoganato le coppie omosessuali, il cammino perché l’amore sia riconosciuto in tutte le sue manifestazioni è ancora lungo e tortuoso e l’omofobia ha tutti i tratti di un “moderno apartheid”.

La citazione è di uno di quei figli demonizzati dai padri, salvato dall’intervento del Gay Center e attualmente ospite del Refuge LGBT - la casa famiglia voluta dalla Croce Rossa di Roma e dal Gay Center -, che ha preso carta e penna e scritto una lettera aperta. “Noi l’omofobia l’abbiamo vissuta tutti i giorni, siamo stati picchiati, derisi, offesi, violentati, maltrattati, odiati - scrive a nome e per conto di tutti gli ospiti del centro -. Siamo stati allontananti dalle nostre famiglie o siamo stati costretti ad allontanarcene. Alcuni di noi sono fuggiti, rimanendo senza un luogo per molto tempo, proprio come fanno le persone che vivono in regimi che violano i loro diritti umani”.

Possibile? Eccome, in un Paese dove quasi uno studente su dieci è convinto che l’omosessualità vada curata come una malattia, dove più della metà (dei maschi) non condivide volentieri l’intervallo o una gita con un compagno gay e dove il 30% di chi fa outing subisce segregazione o violenza dai propri familiari. Denunciare è inutile perché “senza il reato di omofobia né un reato specifico sul bullismo ai danni di persone omosessuali la strada è tutta in salita”, spiega Marrazzo.

E allora va così, che “siamo come profughi, siamo come migranti in cerca di un luogo che sappia riconoscerci, siamo quelli che nessuno vuole guardare, siamo homeless, siamo forti. Sì, siamo forti delle nostre identità, del nostro essere, della nostra vita. Ora siamo una comunità fatta di storie personali, di storie di vita, siamo pronti a ricominciare. Lo siamo grazie a chi ci sta aiutando, ai volontari, agli operatori, a chi mette impegno per sottrarci alla solitudine. A chi ci ha ridato una casa, ci cerca un’occupazione, ci dà speranza. L’omofobia è violenza, l’omofobia è sbagliata, l’omofobia è socialmente minoritaria, l’omofobia deve essere curata”.

L’omofobia, non l’omosessualità: il 17 marzo è l’occasione per dirlo a tutti, ovunque, sfruttando anche gli hashtag più trend, da #IoStoConTe, lanciato dalla campagna sostenuta dalla ministra Valeria Fedeli all’internazionale #Loveislove. Perché è così, love is love e come cinguettano in tanti, Let it be.

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