Blue Whale Challenge: le regole del gioco del suicidio

Giulia Vola

Raccontata in un servizio de Le Iene, la Blue Whale Challenge è la sfida nata e diffusa in Russia che ha già indotto 157 tra bambini e adolescenti al suicidio: in Italia un caso presunto e due denunce a Latina.

I ragazzini vengono manipolati dai "curatori" della Blue Whale Challenge che consegnano 50 regole ai partecipanti. © Anton Horobets/123RF


[Aggiornato il 18/05/2017 alle ore 17.20] Sono bambini, al massimo adolescenti. Hanno tra i 9 e i 17 anni quando si lanciano nel vuoto, dal tetto di un palazzo, filmati dagli amici. Giocano alla Blue Whale Challenge, ma muoiono per davvero perché questa è una sfida con la vita persa in partenza: di sotto non ci sono materassi ad attutire il colpo. Il salto è un suicidio e di sotto si muore.

Philipp Budeikin, 21enne studente russo di psicologia, è una delle menti che ha concepito questa follia. Arrestato e interrogato, ha dichiarato di voler “ripulire la società” dagli “scarti biologici”, i “ragazzini felici di morire”. In realtà sono bambini o poco più plagiati da un elenco di 50 regole massacranti, una al giorno, fino al salto nel vuoto che li spiaggia sull’asfalto, come fanno le balene che si sono perse a cui la Blue Whale Challenge s’ispira. Rinchiuso nella prigione Kresty di San Pietroburgo, Philipp Budeikin è accusato di essere il responsabile di 16 suicidi. Le vittime però, solo in Russia sono già 157 e di Budeikin ce n’è più d’uno. Lo scorso 4 febbraio, un 15enne di Livorno si è buttato dal tetto del palazzo più alto della città e in molti sospettano che dietro ci sia la Blue Whale Challenge mentre il 17 maggio due genitori di Latina hanno sporto denuncia contro anonimi dopo che le loro due bambine, 10 anni appena, sono finite in un gruppo legato alla Blue Whale Challenge completo di regole del gioco e messaggi vocali e video terrificanti.


Blue Whale: le vittime in Russia

Raggiunta dai microfoni de Le Iene volate fino in Russia per raccontare questa tragedia, la mamma di una delle vittime racconta la sua Angelina, una “figlia amata, intelligente, bella e allegra”. La chiamavano “la Scintilla”. Una mattina come tutte le altre Angelina è andata a scuola: “un’ora dopo mi hanno chiamata al telefono ed era una voce fredda, mi ha detto ‘Sua figlia non c’è più’”. Sua figlia si era appena buttata giù dal 14esimo piano di un palazzo.

Diana aveva 15 anni, “era una ragazzina molto attiva, vivace, amava la vita”. Lei, invece, “si è buttata coprendosi gli occhi con le mani”, mima la mamma mentre racconta all’inviato la tragedia che ha distrutto la sua vita. “È caduta sul lato sinistro, le mani sono rimaste così, come per coprirsi il viso”. 

A scuola tutti sapevano “quello che stava per accadere”, raccontano le due madri, due donne devastate dal dolore, dalla rabbia e dall’incredulità. Perché le loro figlie si sono uccise per gioco, con l'approvazione di tutti: “Per loro era una sfida per salire al Terzo Livello del gioco”, spiega la mamma di Angelina, che aggiunge “Per i compagni era diventata la numero uno, un membro, una leader. Tra di loro dicevano che lei era stata la più brava, la migliore, che aveva vinto”.


Blue Whale Challenge: le regole

A casa, invece, non una parola, non un segnale, niente di niente: la prima regola del gioco imposta dai “curatori” è “stare zitti”, spiega la mamma di Diana, “vengono minacciati di essere puniti, severamente”, ritorsioni in famiglia, per lo più. Le altre, una al giorno per 50 giorni, gli ultimi 50 di vita, sono follia pura. Giorno 1: “Tagliati la mano con un rasoio e invia la foto al curatore”; giorno 2: "alzati alle 4.20 di mattina e guarda i video psichedelici e paurosi che ti manda il curatore”. Video satanici, scene di omicidio, per lo più suicidi. Giorno 3: “tagliati il braccio lungo la vena ma non troppo in fondo. Tre tagli al massimo e manda la foto al curatore”; “giorno 4: disegna la balena in un foglio e manda la foto al curatore”; giorno 5: “se sei pronta a diventare una balena inciditi Yes sulla gamba, se non sei pronto tagliati molte volte per autopunirti”. Quella del giorno 10 è “alzati alle 4.20 e vai su un tetto, più alto è meglio è”; quella del giorno 16 “devi stare male, procurati del dolore”. Il giorno 26 “il curatore ti dirà il giorno in cui tu dovrai morire e tu dovrai accettare”. Il giorno 28 “non si parla con nessuno per tutto il giorno” mentre dal 30esimo al 49 “ti dovrai alzare tutti i giorni alle 4.20 per guardare film horror e ascoltare la musica che ti manderà il curatore facendoti un taglio al giorno”. Il 50esimo è quello del suicidio che, qualcuno, deve documentare con un video.

Le storie sono tutte uguali, devastanti, raccapriccianti. Le vittime sono tutti adolescenti normali, figli di insegnanti, operai, magistrati; ragazzini e ragazzine manipolati nel corpo e nello spirito, “bambini trasformati in zombie”, convinti che "la vita è inutile, che bisogna morire, che non bisogna dirlo ai genitori". La prima suicida si chiamava Irina Polyncova, un’eroina agli occhi di chi inizia la sfida. Per lei, i curatori hanno voluto una morte sui generis: sdraiarsi sui binari e farsi decapitare dal treno. Ha obbedito, è morta a 16 anni.

In Russia la tensione è alta, ne discutono in tv, sui giornali e in Parlamento, la deputata Irina Yarovaya ha parlato di “guerra contro i bambini” una vera e propria “attività criminale organizzata e intenzionale” tanto da convincere il governo ad approvare un decreto che inasprisce le pene per chiunque istighi i ragazzi al suicidio. Un genitore ha fondato un'associazione di sostegno con un numero verde, on line è stata diffusa una campagna d'informazione. In questo video c'è una ragazzina che si butta giù da un palazzo, ci sono i genitori che la trovano, c'è la sua anima che vede la scena dall'alto e capisce quello che è appena successo al suo corpo: ha giocato alla Blue Whale Challenge ed è morta, per davvero.

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