Charlie Gard: per il trasferimento serve l'ok dell'Alta Corte

Giulia Vola

Nonostante la cittadinanza Usa concessa dal Congresso americano a Charlie Gard e ai suoi familiari, l'Alta Corte precisa che senza il suo via libero il trasferimento non si fa.


Charlie Gard è un cittadino americano. Lo sono anche i suoi familiari, ma questo non basta, diversamente da quanto si era detto in un primo tempo, a rendere possibile il trasferimento Oltreoceano per sottoporre il piccolo alle cure sperimentali. Perciò, la decisione del Congresso a stelle e strisce di concedere la residenza permanente alla famiglia "così che Charlie può ricevere il trattamento medico di cui ha bisogno" come aveva cinguettato il deputato repubblicano Jeff Fortenberry non cambia le carte in tavola. Per trasferire il piccolo i genitori hanno bisogno dell'autorizzazione dell'Alta Corte che, in merito, si pronuncerà il prossimo 24 e 25 luglio.

Stando alle indiscrezioni di oggi, dove Mr. Justice - com'è stato soprannominato il giudice Nicholas Francis - ha chiarito in Aula il punto che aveva alimentato falsi entusiasmi, il trasferimento del piccolo di 11 mesi affetto da una rarissima malattia genetica verrà negato dal momento che non sono ancora state presentate le famose prove di un efficace trattamento. E lo scetticismo dei medici britannici, confermato dopo il meeting di 5 ore con un team di specialisti di diverse nazionalità, tra cui un inviato dell'Ospedale Bambin Gesù di Roma, guidato da Michio Hirano, neurologo americano della Columbia University, continua a persuaderli che il destino meno penoso per il piccolo sia una "morte dignitosa".

Il fatto, come ha ribadito in passato il magistrato, è che “non c’è alcuna persona vivente che non vorrebbe salvare Charlie”, tuttavia vanno considerate le delicatissime condizioni del piccolo descritte dall’equipe del Great Ormond Street Hospital. Chissà se nel decidere, Mr. Justice terrà conto anche della foto di Charlie con gli occhi semiaperti, che sembra guardare un giocattolo postata dai genitori, da sempre convinti che il loro bambino ci veda, a differenza di quanto sostenuto dai sanitari.  

Di certo, per prolungare la non-vita del piccolo Charlie Gard e andare contro due sentenze - dell'Alta Corte di Londra e della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo - di staccare i macchinari che tengono in vita quel piccolo di 11 mesi le novità dovrebbero essere eclatanti. Perché allo stato dei fatti, la sindrome di deperimento mitocondriale, la malattia rara (rarissima, ci sono solo altri 15 casi al mondo), genetica - i genitori ne sono entrambi portatori -, inarrestabile, forse dolorosa, che provoca l’indebolimento progressivo dei muscoli e ha già compromesso le cellule cerebrali causando un danno irreparabile, non ha una cura e le terapie sperimentali risolverebbero solo parte del problema.

Le hanno tentate tutte, i medici del Great Ormond Street Hospital prima di arrendersi, a febbraio 2017, quando l'encefalopatia ha spezzato ogni speranza e allora si sono opposti all'"accanimento terapeutico" dei genitori, decisi invece a trasferirlo negli Stati Uniti per tentare una cura sperimentale accessibile grazie alla raccolta fondi che ha commosso la Gran Bretagna accumulando oltre un milione di sterline. È allora che l'ospedale si è rivolto all'Alta Corte affinché decidesse nell'interesse del piccolo.

Ora, dopo due sentenze unanimi e il tantissimo clamore che hanno suscitato, si tratta di valutare se le "ultime informazioni", come le ha definite il giudice, sono abbastanza convincenti da tenerlo in vita per sottoporlo a nuovi trattamenti. Stando ai legali del Great Ormond, non c'è nulla di davvero nuovo e, in ogni caso, si tratta di trattamenti sperimentati solo su animali e non per quanto riguarda le cellule cerebrali e cardiache

"La condizione di Charlie è eccezionalmente rara, con danni cerebrali catastrofici e irreversibili" spiegavano dal Great Ormond Street Hospital nel rivolgersi al giudice interpellato per decidere come comportarsi alla luce del clamore suscitato dalla decisione di staccare i macchinari. "I nostri medici hanno esplorato ogni trattamento medico, comprese le terapie nucleosidiche sperimentali - precisavano -. Esperti esterni hanno convenuto con il nostro team che il trattamento sarebbe ingiustificato. Hanno detto che sarebbe inutile e prolungherebbe la sofferenza di Charlie. Non si tratta di una questione di denaro o di risorse, ma soltanto di ciò che è giusto per Charlie. La nostra visione non è cambiata. Riteniamo opportuno ricercare la posizione della Corte di Giustizia alla luce delle nuove dichiarazioni".

In questa complessa e dolorosa vicenda di bioetica è maledettamente difficile decidere dove far pendere l'ago, se sulla potestà genitoriale o sull'interesse del piccolo. Se ci fosse la certezza (impossibile da avere) che Charlie non soffre, sarebbe ovvio tentare il tutto per tutto come chiedono i genitori. Ma quella certezza non c'è. Perciò, con un pizzico di orgoglio e abituati a doversi difendere dall'accusa di “giocare a fare Dio”, i medici avevano sottolineato che "siamo rispettosamente riconoscenti delle offerte di aiuto della Casa Bianca, del Vaticano e dei nostri colleghi in Italia e negli Stati Uniti. Vorremmo rassicurare tutti che l'ospedale di Great Ormond continuerà a prendersi cura di Charlie e della sua famiglia con il massimo rispetto e la dignità in questo momento molto difficile". 

Fino alla fine della settimana, quando lo stesso giudice che nell'augurargli una "morte dignitosa" aveva ribadito che “non si possono fare esperimenti su Charlie: non se non ci sono ragionevoli margini di speranza” ora dovrà valutare quanto spazio c'è in quei margini.

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