Ketty: Emanuele ucciso dal branco. "Ho provato a difenderlo"

Ketty Lisi racconta l'aggressione davanti al Mirò Music Club di Alatri che ha ucciso il suo fidanzato, Emanuele Morganti, morto all'ospedale per le lesioni. Arrestati i due fratellastri Mario Castagnacci e Paolo Palmisani.

Ketty Lisi ed Emanuele Morganti stavano insieme da un anno, durante l'aggressione lei ha provato a difenderlo. © Facebook@Ketty Lisi

"Vorrei tanto che fosse solo un incubo, vorrei svegliarmi di colpo e scoprire che non è successo niente di così terribile e che Emanuele fosse ancora al mio fianco. Bello e sorridente come il sole. Gentile, generoso e affettuoso con tutti". Ketty ha fatto di tutto per difendere il suo Emanuele dalla violenza del branco. Una violenza bestiale, feroce, assassina. Esplosa all’improvviso, per "futili motivi" (il pagamento di una bevanda), dentro il Mirò Music Club di Alatri, in provincia di Frosinone, e consumata nel parcheggio, in piazza, ad opera di altri che con il diverbio non avevano nulla a che fare. Tra loro gli inquirenti hanno arrestato i due fratellastri Mario Castagnacci e Paolo Palmisani, rispettivamente di 27 e 20 anni con l'accusa di omicidio volontario aggravato da futili motivi.

Sono loro - al momento rinchiuso al Regina Coeli -, i due "attaccabrighe" temuti da tutti, dalle amicizie border line, il consumo di droga facile e "svelti di mano", i principali responsabili dei 15 minuti di “follia pura” raccontati da Ketty Lisi a La Stampa ricordando la sera di venerdì 24 marzo, quando al bancone del bar del locale “un ragazzo, credo un albanese che era ubriaco ha iniziato a spintonare Emanuele, a darci fastidio”. Il ragazzo, riveleranno poi le indagini, non era albanese ma italiano, e la lite sarebbe scoppiata per il pagamento di una bevanda. Quando la situazione sfugge di mano, i buttafuori buttano fuori Emanuele, già ferito, con la maglietta strappata e lasciano dentro chi aveva provocato la lite: “sulla piazza sono arrivati in tantissimi - racconta Ketty, l’orrore ancora negli occhi -. Sembravano più di venti, delle furie. È stato terribile. M’hanno scavato un buco dentro, non ce la faccio, è un peso troppo grande da sopportare”.

Emanuele - ha poi spiegato in conferenza stampa il procuratore capo di Frosinone, Giuseppe De Falco - ha cercato di allontanarsi, ma è stato seguito, e una volta tornato sui suoi passi forse per riprendere la ragazza è stato aggredito con forza e intensità diverse. Quella letale è stata l'ultima, determinando importanti lesioni al cranio e poi la morte".

Il peso che schiaccia Ketty non è solo quello di una donna innamorata che ha perso per sempre la sua metà. È anche quello del senso di colpa: “ho cercato di tirarlo via, ma quelli erano troppo forti. Me l’hanno strappato dalle mani e mi hanno scansato via”. L’occhio elettronico della telecamera della videosorveglianza del Comune ha registrato le gesta feroci di quelle bestie accanite sul giovane Emanuele che morirà quasi due giorni dopo, al Policlinico Umberto Primo di Roma. 

Nell'attesa che la giustizia faccia il suo corso, c'è lo spazio per la vendetta - il Paese è inferocito contro i responsabili -, il dolore e l'incredulità della morte, quando strappa la vita all'improvviso, in maniera così assurda. “Non meritavi tutto questo” ha scritto Ketty su Facebook nel post che li immortala nella “foto che ti piaceva più di tutte amore mio”. E aggiunge: “non hai fatto niente di male. Una morte così. Ricordo uno dei tuoi ultimi messaggi di venerdì pomeriggio: ‘ti amo più di ogni altra cosa’. E continuerò a ricordarlo per sempre, come continuerò a ricordare anche te. Ti amo e lo farò per sempre. Il mio cuore ora sta lì con te. Ci rivedremo presto, ciao amore mio”, conclude la giovane 20enne che ora dovrà trovare la forza di andare avanti.

Perché anche se stavano insieme solo da un anno, Ketty ed Emanuele si conoscevano da molto più tempo e condividevano pure il lavoro: “Abbiamo frequentato la stessa scuola, l’Istituto chimico e biologico di Alatri - racconta -. Ci siamo diplomati lì e ora lavoriamo, anzi devo dire lavoravamo, nella stessa fabbrica di materiale elettrico”. Francesco, il fratello più grande di Emanuele, aggiunge a Repubblica che “non era il mestiere per cui aveva studiato, ma era felice”. Perché Emanuele aveva 20anni, era innamorato e aveva tutta la vita davanti. Una vita spezzata dalla “cattiveria umana" e “gratuita”, per come la vede Francesco.

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