Gianni Trez, la moglie Emanuela e il suicidio in Svizzera

Giulia Vola

Gianni Trez, 65 anni, un tumore incurabile, ha scelto di morire come dj Fabo: suicidio assistito in Svizzera. Anche lui, al suo fianco, aveva l'amore della sua vita, Emanuela. E Marta, la loro figlia.   

Gianni Trez è morto in Svizzera tenendo per mano sua moglie e sua figlia. © Levente Gyori/123RF


Gianni Trez come dj Fabo, Emanuela come Valeria. Due coppie innamorate, due vite spezzate dal dolore che si fa insopportabile, tanto da voler morire. Dj Fabo dopo un incidente in auto, il veneziano Gianni Trez, 65 anni, dopo un tumore alla bocca. Non si conoscevano Gianni e Fabiano ma sono morti a poche ore di distanza, nella stessa clinica Svizzera, entrambi con il suicidio assistito, entrambi da emigrati. Entrambi infelici di esserlo: “Avrebbe voluto morire in Italia, certo - racconta la moglie Emanuela a La Stampa -. Ma il nostro è un Paese incivile”. Un paese dove la battaglia di Gianni e Fabiano non la vuole combattere nessuno perché è scomoda. Risultato, le sei proposte di legge sull'eutanasia sono ferme in Parlamento da anni. E allora tocca pungere il cuore delle persone, per smuovere le coscienze: “Mi ha detto: Se servisse una mia foto, vorrei che usaste quella della vacanza in Grecia, dove sorrido con il mare dietro. Devono vederci, devono accorgersi di noi. Devono fare una legge”. La foto che circola è quella, gli occhi sono quelli di un uomo buono, che meritava una vita e una morte più giusta.

Gianni aveva 65 anni, mangiava vegano, era sportivo, faceva attenzione a star bene, “un giorno l’hanno dimesso dall’ospedale dicendogli che non potevano fare più niente - racconta Emanuela -. Avrebbe potuto vivere ancora un anno e forse di più. Nessuno può saperlo con certezza. Ma questa non la considerava più vita”. Poco tempo prima, in tv, seduti sul divano, avevano visto un servizio sul suicidio assistito in Svizzera e  “c’eravamo detti che anche noi, in caso di un male incurabile, uno di quelli che ti tolgono la dignità, avremmo voluto morire così”.

Quando il male è arrivato per davvero, alle intenzioni sono seguiti i fatti. Anche se toccava dire addio all’amore della vita: “Per certi versi - confessa Emanuela - siamo stati fortunati. Abbiamo avuto il tempo necessario. Mio marito amava la vita. Vedeva sempre il lato positivo. In questi mesi ci siamo detti cose che prima davamo per scontate. Abbiamo parlato fino a quando è stato possibile, poi Gianni ha incominciato a scrivere. E quando era stanco anche di scrivere, si è fatto capire con gli occhi. Tutto è stato detto, fra di noi”.

E dire addio anche a una figlia, Marta, 28 anni: “Papà non ha mai avuto dubbi”, ha spiegato, anche lei da Zurigo, con lui fino all’ultimo. “Anche questa mattina. Non era il tipo da grandi dichiarazioni. Ma aveva spiegato quello che voleva che sapessimo. Ha scherzato fino all’ultimo. Poi non è riuscito a dormire, perché quando si stendeva provava un dolore lancinante”. Un dolore che si è spento a mezzogiorno, una mano stretta a Emanuela, un'altra a Marta, un sorriso, l'ultimo bicchiere, uno spiraglio: “Non metto limiti alla provvidenza. Vado a vedere cosa succede dopo la morte”. 

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