Giornata mondiale contro la mutilazione genitale femminile: il punto

Giulia Vola

Il 6 febbraio si celebra la Giornata mondiale contro la mutilazione genitale femminile, un appuntamento per dire basta a una violenza che va in scena anche in Italia.

Tre milioni di bambine, ogni anno, rischiano di subire mutilazioni genitali. © piccaya/123RF


Succede tra le popolazioni nomadi dell'Africa ma anche negli appartamenti alla periferia di Milano, Torino, Roma. Il numero preciso è sconosciuto: secondo le stime dell’Unicef e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità le donne sottoposte a mutilazioni genitali sono almeno 200milioni, 1 su 5 ha meno di 14 anni e altre 3 milioni sono le bambine che ogni anno sono a rischio. Vivono in oltre 30 paesi (Italia compresa) ma per lo più in Nigeria, Egitto, Etiopia e Indonesia. Paesi in cui la pratica è vietata dalla legge ma troppo spesso è accettata dalla società e inflitta dalle madri alle figlie, in un rito d’iniziazione nel rispetto della cultura. Non madri sconsiderate e sadiche ma donne certe di fare la cosa giusta, inconsapevoli di mettere a rischio la vita delle giovani ragazze. Ignare che l'infibulazione, la circoncisione, le mutilazioni in generale, possono portare alla morte e che evitarle regala alle loro figlie una vita migliore, in cui fare l’amore non fa male, partorire è meno doloroso e le infezioni sono meno frequenti.

Per contrastare un’abitudine tramandata dalla notte dei tempi, ogni anni si celebra la Giornata Mondiale contro l'infibulazione e le mutilazioni genitali femminili, un appuntamento per fare il punto sulla geografia del fenomeno, discutere i risultati delle campagne concluse ed elaborarne di nuove. Una tavola rotonda che coinvolge anche l’Italia dove le stime di Action Aid in collaborazione con l’università Bicocca di Milano hanno calcolato che vivono tra le 46mila e le 57mila donne emigrate che hanno subito mutilazioni e tra le 11mila e le 14mila neocittadine italiane e richiedenti asilo. Donne che arrivano (per lo più) dalla Somalia, dalla Nigeria, dall’Egitto e dal Burkina Faso e le cui figlie vanno protette, nel rispetto della legge 7 del 2006 che prevede da 3 a 16 anni di carcere ma le cui le denunce, finora, si contano sulle dita di una mano.

Ecco perché AFTER, il progetto lanciato da ActionAid, è rivolto alle madri e si augura, offrendo loro percorsi di empowerment, informazione ed educazione, di renderle consapevoli sui reali rischi a cui sottoporrebbero le loro figlie. Non solo: il 6 febbraio la mobilitazione sbarca anche in rete dove, all’hasthtag #endFGM, il simbolo della campagna - un soffione viola - appare nei profili di attivisti, influencer e testimonial che hanno deciso di vestire la speranza di un futuro migliore, senza più donne mutilate che mutilano altre donne, le loro figlie. 

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