Giulia Spizzichino: morta l'ebrea che fece estradare Priebke

Giulia Vola

Giulia Spizzichino, ebrea romana classe 1926, è morta dopo una vita segnata dal dolore e dall'orgoglio: perse 26 familiari ma è grazie a lei se Erich Priebke fu estradato e condannato.

A interrompere l'esilio dorato di Erich Priebke fu Giulia Spizzichino, l'ebrea morta il 13 dicembre 2016, a 90 anni. © SIPA

 

Dietro all’estradizione e alla condanna di Erich Priebke c’è Giulia Spizzichino, un’ebrea romana classe 1926, figlia di un commerciante di stoffe che sotto il nazi-fascismo perse tutto il ramo materno della famiglia. Ventisei persone, 11 bambini. Lei si salvò per miracolo perché quel 21 marzo 1944 non era in casa ma con la mamma, altrove. Chi non morì quel giorno, morì nei campi di sterminio, poco dopo. 

Una perdita che stravolse la sua esistenza e la trasformò nella donna coraggiosa che negli anni Novanta volò fino a Bariloche, nel sud dell’Argentina, per scovare e interrompere l’esilio dorato di Erich Priebke, il generale nazista responsabile delle Fosse Ardeatine. “Ho fatto di tutto perché fosse processato - raccontò in un’intervista a Elle -. Ho partecipato a incontri, trasmissioni televisive. Ho incontrato ambasciatori, vescovi”. Risultato: è grazie alla sua tenacia e alla sua testimonianza se il criminale venne estradato e processato per crimini contro l'umanità. Morta il 13 dicembre 2016, poco dopo aver festeggiato 90 anni, lascia un vuoto grande così nella comunità sopravvissuta alla Shoa.  

Cacciata da scuola a 11 anni, subito dopo le leggi razziali, vede prima sua padre spedito al confine “solo per aver tentato di aiutare uno zio rimasto senza lavoro a ottenere una licenza per il commercio”, poi il male assoluto. Va in scena con la retata del '44: “Io avevo 17 anni, e vissi fino al 1945 nell'illusione che tutti sarebbero tornati a fine guerra. Fu mia madre a stroncare le mie speranze, dicendomi che erano tutti morti”. 

La sua è stata una vita segnata dal dolore, anche dalla perdita di un figlio. Tuttavia, mentre “sulla tomba di mio figlio ho potuto piangere” ha spiegato, “i miei familiari sono diventati polvere, non c'è un luogo dove io possa piangere per loro”. Un dolore che, nelle pagine della sua autobiografia La farfalla impazzita (Giuntina) descrive come “una vetta che non si può sfiorare”. 

A proposito del titolo del suo libro, confessava: “è il soprannome che mi ha dato un caro amico, Stefano Persiano. Mi sono ritrovata in questa definizione. Dopo la tragedia che ho vissuto, ho volato e volato senza sapere cosa cercare". Chissà che ora non l’abbia ritrovato, finalmente in pace.

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