Chi bombarda Aleppo? Chi non si cura del massacro di bambini

Giulia Vola

Aleppo est è un cumulo di macerie: iniziate le evacuazioni dei civili dalla zona devastata dalle bombe governative che hanno causato un massacro che, secondo l'Unicef, ha numeri "da genocidio". 

Alcuni bambini gravemente feriti di Aleppo Est vengono lasciati morire perché è impossibile prendersene cura. © Radek Procyk/123RF

Dopo le bombe, la disperazione, l'abbandono, inizia - finalmente - l'evacuazione di Aleppo est. Un inizio che - come da previsioni - è stato tutto tranne che semplice e ha costretto alcuni pullman a rientrare negli spazi urbani ormai ridotti ad accumuli di macerie, un inizio difficile, insomma, che - però - si può dire (almeno parzialmente) archiviato. Nella giornata del 19 di dicembre, infatti, secondo i dati diramati dall'Unicef circa 5 mila persone a bordo di 75 autobus hanno lasciato Aleppo est e, tra questi, anche 47 bambini ospiti di un locale orfanotrofio.

Sale così a 14 mila il numero - per ora parziale - di coloro che hanno lasciato la città da quando sono iniziati gli spostamenti verso la provincia di Idlib (sotto il controllo della guerriglia anti-Assad) mentre nella zona rimangono da evacuare almeno altre 7 mila persone che saranno raggiunte a breve dagli osservatori che verranno inviati in loco dopo la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu che, presentata dalla Francia, è stata approvata all'unanimità dopo l'iniziale (e criticato) veto imposto dalla Russia in un primo momento.

Un ritardo che, è chiaro, è stato ampiamente criticato. Criticato da chi ha assistito - complice nella sua assoluta immobilità - alle bombe precipitate sul mercato di Bustan Qasr, alle bombe sganciate su un parco giochi, alle bombe piovute su una scuola elementare, a quelle su un ospedale, a quelle sulle case. Aleppo est, la zona controllata dai ribelli siriani, è stata tempestata di bombe e i 275mila civili, di cui almeno 100mila bambini, sono stati tagliati fuori dal mondo. Dimenticati, “lasciati morire” perché curarli è impossibile, come ha denunciato Hanaa Singer, rappresentante Unicef in Siria. Dimenticati sotto alle bombe sganciate dalle forze governative di Damasco, fedeli ad Assad, e dalla Russia di un Vladimir Putin sempre più isolato dalle Nazioni Unite che  - appunto - ha continuato a mettere il suo discutibile (e discusso) veto a una sospensione delle ostilità. Fino a oggi, per fortuna.

Nulla più, non la politica, non la religione (l'ultimo, inascoltato, appello di Papa Francesco a "far uscire soprattutto i bimbi intrappolati sotto i bombardamenti cruenti, risale al 12 ottobre) sembrava più poter fermare quest’escalation di violenza che ha numeri “da genocidio”, per usarle parole del portavoce di Unicef Italia, Andrea Iacomini e che ha causato, secondo Hanaa Singer, “la peggior crisi umanitaria di sempre: è passato troppo tempo da quando è iniziata e i danni al Paese sono enormi". 

Non c’è quasi più nulla, d'altra parte, nella parte orientale della città. Nemmeno le scuole sotterranee, trasferite nelle cantine, sono state riaperte: le "bombe terremoto" o bombe anti-bunker hanno squarciato la terra devastando anche chi si credeva al sicuro. "Sappiamo che sono rimasti solo 30 medici”, spiegava Hanaa Singer e che solo 11 ambulanze sono funzionanti. Gli ospedali sono al collasso: tra il 23 settembre e l’8 ottobre quelli rimasti in piedi hanno ricevuto almeno 1.384 feriti, in media 86 al giorno ma troppo spesso non c’è nulla da fare perché mancano le cure. 

Un confine sottile, quello tra la vita e la morte in Siria. Lo sanno i bambini come Aya, sopravvissuti che se la porteranno dentro per l’eternità. E i pazienti che intuiscono un destino in bilico e sempre di più preferiscono suicidarsi in corsia. E le madri che sopravvivono ai loro figli, senza poter far nulla per aiutarli, donne che arrivano alla follia. 

L’altra faccia della medaglia è (era?) la gelida follia di Assad, capace di diffondere  Will of Life 2016, uno spot turistico per promuovere la città - facendo ben attenzione a riprendere la parte ovest di Aleppo, evitando quei monumenti storici patrimonio dell’umanità dell’Unesco -, e quella dell’alleato Vladimir Putin che ha bollato come "retorica politica" le accuse del presidente francese che definiva i bombardamenti “crimini di guerra”. Una gelida follia che da un lato mira a riprendere il controllo di un paese devastato da cinque anni di guerra civile, dall’altro all’abolizione delle sanzioni imposte da americani ed europei alla Russia. Il tutto a scapito di una generazione che un giorno dopo l’altro si sfrangia sempre di più. Ma che ora, pian piano, finalmente vede all'orizzonte la possibilità di un cambiamento. Un cambiamento, forse, a portata di pullman. 

 

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