Valentino Talluto, la Procura chiede l’ergastolo: “ha seminato morte”

Giulia Vola
La Procura di Roma ha chiesto l'ergastolo per Valentino Talluto, accusato di epidemia dolosa e lesioni gravissime. "Non ha mai collaborato, ha reso dichiarazioni false. Il suo era un modo per seminare morte".
 
Valentino Talluto ha contagiato con l'Hiv, consapevolmente, almeno 33 donne più un bambino. © YouTube


L’ergastolo. Con isolamento diurno per due anni. Senza nessuna attenuante. Dall'aula bunker di Rebibbia, dove si sta svolgendo il processo all’imputato Valentino Talluto, 32 anni, accusato di epidemia dolosa e lesioni gravissime per aver contagiato 33 donne e un bambino, trasmettendo loro l'Hiv attraverso rapporti non protetti, la pm Elena Neri ha chiesto il massimo della pena. Nella requisitoria davanti alla Terza Corte d'Assise, presieduta da Evelina Canale, ha spiegato il perché: “Non ha mai collaborato, ha reso dichiarazioni false. Il suo era un modo per seminare morte”.

Inflessibile, la pm ha ribadito alla corte che “Talluto non ci aiutati, non ci ha detto nemmeno un cognome delle ragazze di cui sapevamo solo i nomi. Si è sempre chiuso dietro silenzi e bugie”. Ad oggi, infatti, non si sa con certezza il numero delle sue vittime, tuttavia gli sono stati contestati, tra il 2006 e il 2015 più di 3000 rapporti sessuali a rischio. Con donne agganciate su internet: prima su Facebook, poi su Badoo e Netlog infine su Chatta e Ciao Amigos, chat a luci rosse. “Talluto - ha aggiunto la pm - ha approfittato del fatto che tutte le ragazze conosciute in chat si fossero innamorate di lui, si fidavano e si sentivano rassicurate”. Consapevole di essere infetto dal 2006, non si premurava di evitare il contagio usando il preservativo o seguendo la profilassi. Anzi: la sua condotta “era improntata all’ossessiva, spasmodica e patologica ricerca di intrattenere rapporti sessuali promiscui con chiunque frequentava locali per scambisti”. Da qui la richiesta del massimo della pena.


Valentino Talluto: la sua versione

Alla fine di settembre, turbato, emozionato, spesso in lacrime, Valentino Talluto aveva dato la sua versione dei fatti: "Sono stato descritto come mostro ma chi mi conosce sa benissimo che non sono una cattiva persona. Ciò che è stato scritto su di me non è vero". Su di lui, il 32enne di Acilia, è stato scritto molto e molto si scriverà. Complici le testimonianze delle vittime - una resa a Le Iene, un'altra al Corriere della Sera -, e complici le indiscrezioni dei suoi interrogatori, nel carcere di Regina Coeli dove, messo alle strette dal pm, aveva dichiarato: "Ho taciuto per vigliaccheria". Quando i giochi si sono fatti seri, davanti ai giudici della Corte d'Assise, Talluto aveva corretto il tiro: "Sono anch’io segnato dall’Hiv e non mi sarei mai permesso di fare del male a qualcuno. In realtà non mi sono mai nascosto e tutte le ragazze mi conoscono con il mio nome e conoscono anche i miei amici".


L'untore e le vittime

Loro, le vittime, la pensano diversamente. Loro sono donne che erano vergini e credendo di trovare l’amore, hanno trovato la malattia. Donne che erano mogli e cedendo a una scappatella si sono condannate. Perfino una donna incinta che con quel rapporto ha condannato il suo piccolo che oggi ha 3 anni. Donne di cui lui non ha memoria, di cui non ha tenuto il conto: “Ho avuto rapporti non protetti anche con cinque donne diverse ogni mese. Molte non le ricordo nemmeno”, dichiarava dal Regina Coeli, “saranno quindici, venti. Meno di trenta... di più? Non so, tra le 40 e le 50” e di fronte all’insistenza degli inquirenti ansiosi di risalire ai nomi delle donne nel tentativo di spezzare la catena del contagio, aveva risposto: “Non faccio una lista come la spesa…”. E non solo donne: ci sono perfino tre ignari fidanzati contagiati da donne diventate, a loro volta, inconsapevoli untrici.


"Harty Style": untore consapevole?

Talluto, che da Rebibbia si era difeso dicendo che "se avessi voluto contagiare più persone possibile, avrei cercato rapporti occasionali nei locali tentando di mantenere l’anonimato" e aggiunge: "Ci sono tante ragazze che pur avendo avuto rapporti con me non sono state contagiate. Come posso essere padrone di diffondere la malattia?​​", nei fatti non ha fatto tutto il possibile per evitare i contagi. Valentino abbindolava in chat (nome in codice “Harty Style”) e con le sue conquiste non sempre usava il preservativo. "Ho agito con leggerezza", "con superficialità'”, dichiarava al pm Francesco Scavo nel carcere Regina Coeli. Da Rebibbia aveva aggiunto: "Non è vero che ho rifiutato la terapia. Non mi è mai stata prescritta e quando è stata necessaria l'ho seguita. Con la mia attuale compagna ho sempre preso la terapia dal gennaio 2015, prima che iniziasse tutto questo".

Insomma, Valentino, figlio di una madre tossicodipendente morta di Aids e nipote di un imprenditore che si è preso cura di lui, un diploma da ragioniere e un passato da contabile, aveva provato a smontare le accuse nei suoi confronti, scaricando le proprie responsabilità sui media: "Quello che è stato scritto su di me non è vero. Sono innanzitutto una persona, perché questa cosa non è stata sottolineata finora. Mi è stato dato dell’untore ma io sono un ragazzo con un cuore e sentimenti affetto da hiv, ma non diverso dai presenti". E ancora: "Penso che non sia giusto dare false notizie per occupare le prime pagine e creare un caso, il mio caso. Non credo che i mass media possano influire sul processo ma certamente hanno il loro peso". Descrisse gli ultimi anni (è in carcere dal novembre 2015) come "terribili", segnati dall'angoscia di aver vissuto "il trauma di sapere che persone che conosco hanno la mia stessa patologia e pensano che sia colpa mia".

Infine Valentino aveva ringraziato, "la mia fidanzata, i miei amici e familiari che sono rimasti al mio fianco" e sottolineato: "sono una persona buona e tranquilla che non ha mai voluto fare del male a qualcuno". Peccato che di male ne abbia fatto. E parecchio. E ora la Procura di Roma gli abbia presentato il conto più alto da pagare.

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