Ricerca sugli embrioni, Strasburgo conferma il divieto della legge 40

La Corte per i diritti umani di Strasburgo ha dato torto ad Adele Parrillo, la vedova di Nassirya, che aveva presentato ricorso per autorizzare la ricerca scientifica sugli embrioni non utilizzati. Il divieto della legge 40 resta valido.

Gli embrioni di Adele Parrillo e Stefano Rolla erano stati criocongelati nel 2002: nel 2003 Stefano è morto nell'attentato di Nassirya.


La Corte per i diritti umani di Strasburgo ha dato torto ad Adele Parrillo, la vedova del regista Stetano Rolla morto nell'attentato di Nassiriya del 2003: la sperimentazione sugli embrioni non si fa, il divieto (uno dei pochi rimasti in piedi) della legge 40 resta valido perché, hanno ribadito i togati, "gli embrioni umani non possono essere ridotti a una proprietà come definita dall'articolo 1 protocollo 1 della Convenzione europea dei diritti umani". Insomma capitolo chiuso, l’ennesimo che la vedova deve chiudere.  

I fatti: volevano un figlio, Adelina e Stefano, ma non ci riuscivano. Nel 2002 decidono per la fecondazione assistita e cinque embrioni vengono criocongelati in attesa dell’impianto. Ma il 12 novembre 2003 l’attentato in Iraq spezza i sogni. Stefano muore e lo Stato si dimentica di Adelina: alla consegna delle onorificenze ai famigliari delle 19 vittime di Nassiriya, nel 2005, manca solo lei. Questo perché i due non sono sposati anche se la loro relazione andava avanti dal 1997. Una discriminazione che i giudici riconoscono nel 2013 e per questo condannano il ministero della Difesa. 

Nel frattempo la donna fa i conti con quegli embrioni che non diventeranno mai un figlio perché non c’è più il padre e, sostenuta dai radicali, intraprende una battaglia civile contro la limitazione della legge 40 sulla fecondazione assistita a donare gli embrioni alla ricerca scientifica, divieto che, secondo la Parrillo contrasta con il diritto alla vita privata e con il diritto alla proprietà

Il verdetto è arrivato il 27 agosto 2015 e si concentra proprio sul concetto di proprietà ribadendo che tale non sono. Va detto che raggiungere una decisione che mettesse tutti d'accordo non è stato facile: circa due terzi delle 68 pagine della sentenza sono occupate dalle obiezioni, spesso di segno opposto, sollevate da ben 14 giudici. Tra questi, otto hanno criticato fortemente la decisione perché, avrebbe riconosciuto in linea di principio il diritto a decidere sugli embrioni, costituendo, di fatto, un precedente per altri eventuali ricorsi anche se quello della Parrillo non è stato accolto. Infine hanno decretato notando che "non c'è alcuna prova che il compagno defunto della signora Parrillo avrebbe voluto donare gli embrioni alla ricerca medica, la Corte ha concluso che il divieto in questione è necessario in una società democratica".

A questo punto il dibattito è aperto: da un lato c’è il giubilo del Movimento per la vita, una delle organizzazioni intervenute davanti alla Corte contro Parrillo, che per bocca del presidente onorario Carlo Casini ha sottolineato la "straordinaria importanza della sentenza perché nel suo nucleo fondamentale essa afferma che l'embrione non può essere oggetto di proprietà anche quando la sua vita è appena cominciata e si trova in una provetta". E dall’altro l’allarme dell'associazione Luca Coscioni che invece ha sostenuto la Parrillo durante la battaglia giudiziaria: “Abbiamo promosso un appello al Governo per la libertà di ricerca sugli embrioni - ha commentato Filomena Gallo, segretaria dell’associazione - perché la si smetta di dover importare embrioni da Australia, Svezia, USA, UK mentre gli embrioni italiani non possono essere toccati".

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