#DenimDay: la voce delle donne vittime di una violenza taciuta

Giulia Vola
La violenza taciuta dalle donne che ne sono state vittime è protagonista del #DenimDay Le giornaliste Luisa Pron­zato, Nadia Somma e Luisa Betti lanciano l'hashtag #PercheNonHoDenunciato per spezzare il silenzio.

Nel #DenimDay, le donne lanciano #PerchéNonHoDenunciato e chiedono di raccontare le storie di violenza taciute.


#PercheNonHoDenunciato. L’hashtag schizzato nei top trend del 29 maggio, celebra il #DenimDay, la giornata scelta dall’associazione Peace Over Violenze per rispondere alla (buia) pagina della giustizia italiana. Quella della sentenza della Cassazione del febbraio 1999 che assolse un uomo dall’accusa di stupro di una ragazza perché lei indossava un paio di jeans. E un paio di jeans vanno sfilati in due, hanno concluso i giudici che, oltre a una scarsa conoscenza della psiche umana, hanno (anche) rivelato una scarsa conoscenza della varietà dei modelli in circolazione. Tant’è. Quella donna, la vittima di quella violenza, quel febbraio del 1999 è stata violentata un'altra volta. 

E oggi ci provano altre donne coraggiose (le giornaliste Luisa Pron­zato, Nadia Somma e Luisa Betti), che ci mettono la faccia e la penna e chiedono ad altre donne di fare altrettanto, a raccontare perché, dopo aver subito una violenza, non l’hanno denunciata. Forse, sentenza della Cassazione docet, “Perché oltre a subire una violenza non volevo subire anche un processo”, suggeriscono le tre giornaliste nel sottotitolo della provocazione social che ha scatenato un coro di cinguettii in rete.  

Nadia Somma, presidente del Centro antiviolenza Demetra, racconta per prima la sua storia su Il Fatto Quotidiano: “È accaduto molti anni fa. Era uno con cui ero uscita (…) Mi lasciai quella brutta esperienza dietro le spalle e non ne parlai con nessuno. Mi sentivo in colpa, in imbarazzo, questo era il punto. Ero stata sprovveduta? Avevo sbagliato qualcosa? Mi giudicavo e temevo il giudizio degli altri”. S’interroga Nadia e passa in rassegna i luoghi comuni che riconoscendo la violenza come parte della realtà non fanno che amplificare il silenzio delle vittime tralasciando, però, un dettaglio fondamentale: “Non ci consegnano gli inutili vademecum per evitare lo stupro? Dall’antico consiglio di mamme e nonne di “non accettare caramelle da uno sconosciuto” al “non andare in strade non illuminate” o “non uscire la sera da sole” o “vestirsi adeguatamente”. Istruzioni che a ben poco servono per attraversare strade buie (le violenze avvengono ovunque) o quando le violenze si consumano alla luce dell’abat-jour, nel luogo dove sono più diffuse, in casa”.

Infine rivela come, un giorno, è riuscita ad affrontare quello che aveva subito e come una terapeuta le abbia spiegato che in caso di aggressione o pericolo si reagisce con l’attacco e la fuga ma “se si ha la percezione di non avere nessuna delle due possibilità, l’immobilità è una possibile reazione. Fronteggiamo il pericolo con le risorse che abbiamo o pensiamo di avere e molte volte la strategia che le donne mettono in campo per fronteggiare le aggressioni sessuali è la riduzione del danno. Ovvero, cercare di portare a casa la pelle se la percezione o la situazione è quella di essere in pericolo di vita o di subire danni fisici. Ma quante volte nei tribunali  la strategia di sopravvivenza messa in campo dalle donne viene scambiata per consenso o ambiguità? E quante volte viene processato lo stile di vita delle donne, le loro scelte?”. Il loro guardaroba, che magari contempla un paio di jeans?

Le voci della rete, interpellate sul #PercheNonHoDenunciato, cinguettano dolore, rimpianto, rabbia e speranza che lo scenario possa cambiare. “perché troppo spesso quando si denuncia una violenza si passa dall'essere vittime a colpevoli” (Marta Mac); “perché avevo paura, non volevo che fosse la mia vita a essere sezionata, lui era già riuscito a isolarmi da tutti, ero stata messa al bando(…). Non denunciarlo credevo fosse l'unico modo per liberarmi di lui. Invece, per anni ho avvertito su di me il suo sguardo, di giorno e di notte, ovunque fossi, ovunque andassi, con chiunque mi accompagnassi” (Anarkikka); “Perché non ho denunciato la violenza che mi coinvolgeva? Perché volevo dimenticare? Perché avevo paura? Perché non volevo che diventasse cosa pubblica? Perché mi vergognavo, non volevo lo sapessero i miei, i figli/e, i parenti, le amiche? Perché in fondo una sberla cosa vuoi che sia, un pugno... gli è sfuggito, un calcio…non lo farà più? Capita a moltissime. È capitato anche a me”. (Lorella Zanardo). 

La parola a voi: andate a leggere, lasciate un segno, una goccia in un mare che deve cambiare sapore.

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