Maschilismo, non è solo indegno ma anche costoso

Giulia Vola
Autorevoli previsioni ipotizzano la "fine dell'uomo" ma la società è ancora intrisa del maschilismo trasmesso in millenni di storia: smontare la presunta superiorità degli uomini è necessario per reggere le sfide del futuro. 

Il maschilismo ha origini antiche: nel IV° secolo a.C. Aristotele scriveva che "il maschio comanda, la femmina ubbidisce".


Il maschilismo (purtroppo) gode di ottima salute. Checché ne dica l'Economist che ha dedicato una copertina alla "fine dell'uomo" oggi la solfa è ancora questa: “In bocca all'uomo, la parola ‘femmina’ suona come un insulto; eppure l'uomo non si vergogna della propria animalità, anzi è orgoglioso se si dice di lui: ‘È un maschio!” scriveva nel 1961 Simone de Beauvoir nel suo saggio Il secondo sesso, uno dei testi base del movimento femminista. Più di mezzo secolo dopo le conquiste che la de Beauvoir auspicava sono arrivate ma, a differenza del maschilismo, non godono di ottima salute: gli anticoncezionali sono diffusi ma non abbastanza, il diritto ad abortire è legge ma la sanzione che multa le donne che ricorrono a operazioni clandestine è un (notevole) passo indietro, mentre per quanto riguarda l’uguaglianza del salario la strada è ancora lunga.  

Certo, nel mondo occidentale il maschilismo di oggi non è (sempre) esplicito come un secolo fa, quando la società non concepiva l’emancipazione femminile. Il che, però, non è una buona notizia: senza arrivare ai delitti d’onore che oggi la società chiama femminicidi, si affretta a condannare ma non fa abbastanza per prevenire, e lasciando da parte la questione salariale e quella occupazionale che mortificando le donne rallentano (anche) la crescita dei paesi, è nella vita quotidiana che il maschilismo serpeggia indisturbato. 


Ordinario maschilismo

Succede in casa, dove “è naturale” (alla luce dei numeri) che le donne (anche quelle che hanno un lavoro) passino più tempo ai fornelli, a fare lavatrici, a riordinare stanze; succede in tutti gli ambienti professionali dove (troppo spesso) le donne arrivano fino a un passo dalle poltrone che contano e poi si accomodano a godersi (controvoglia) lo spettacolo dei maschi che fanno i galli del pollaio e succede in politica, dove non fosse per le quote rosa il Parlamento sarebbe molto meno colorato. Succede al Grand Prix d’Angoulême, per esempio, il concorso francese per autori di fumetti che alla sua 43° edizione ancora non si è accorto del talento delle donne. Che però, questa volta si sono arrabbiate e hanno stilato la Charte des créatrices de bande dessinée contre le sexisme per cercare di aprire gli occhi degli uomini. Nel frattempo, però, il maschilismo va in scena pure al supermercato, dove a parità di prodotti, quelli per le donne costano il 20% di più.  

Da dove arriva e come si combatte

Il fatto è che millenni di antropologia non si cancellano con un colpo di spugna: "il maschio è per natura superiore, mentre la femmina è inferiore, il maschio comanda, la femmina invece ubbidisce" scriveva Aristotele nel IV° secolo a.C. esplicitando un pensiero che è stato contraddetto appena mezzo secolo fa. “Nel corso dello sviluppo dell’umanità - spiega Chiara Volpato, nel suo Psicosociologia del maschilismo - la maggiore forza fisica ha portato gli uomini a occuparsi di attività, come la guerra, che hanno permesso loro di acquisire potere e status e di ridurre le donne in una condizione di subordinazione. Questo modello ha però sempre meno senso all’interno di società complesse che hanno bisogno che tutti i loro membri partecipino alla costruzione civile”. Per cambiare rotta, spiega la psicoterapeuta e sessuologa Nicoletta Suppa, si deve lavorare da dentro, nelle famiglie: “L’essere maschilista nasce dall'osservazione di modelli relazionali infantili: che ruolo hanno avuto i suoi genitori? Che tipo di ruolo maschile ha avuto suo padre? Che ruolo femminile ha avuto sua madre? E soprattutto, come si equilibravano i due ruoli nella dinamica di coppia?”. Domande che oggi dovrebbero porsi i genitori del Terzo Millennio così da poter crescere figli che credono nella parità dei ruoli perché l’hanno sperimentata.    


Una deriva costosa

Chiara Volpato lo scrive nero su bianco: “La questione è antica, ma assume oggi un’urgenza particolare perché limita lo sviluppo culturale, sociale e civile: non dare a donne e uomini ciò che meritano e, più ancora, non prendere da loro ciò che possono dare allo sviluppo della comunità vuol dire impoverire la società tutta”. Perché se in Occidente il problema riguarda “carenze di opportunità, e quindi di fiducia”, a voler allargare lo sguardo al resto del mondo i numeri del Gender Gap assomigliano a un bollettino di guerra dove a perdere sono sempre le donne: “sono meno seguite in caso di malattia fisica e psichica  - ricorda la Volpato -; hanno minore accesso all’istruzione; dispongono di meno denaro, minore autorità, minore prestigio sociale; sono tenute ai margini del potere religioso, politico, economico, militare. Costituiscono la metà della popolazione mondiale, ma lavorano per i tre quarti delle ore complessive, ricevono un decimo dei salari, possiedono un centesimo della terra, sono i due terzi degli adulti analfabeti; insieme ai figli che da loro dipendono formano i tre quarti delle persone che nel mondo soffrono la fame. Sono, inoltre, soggette a violenze specifiche: femminicidi, stupri, tratta”. 

La sfida è iniziata da un pezzo, i rapporti del World Economic Forum lo dicono chiaro: “solo usando il talento e la creatività di uomini e donne le società moderne sono in grado di affrontare con successo i molti problemi che hanno davanti”. Solo mettendo da parte il maschilismo, chiedendo agli uomini di fare un passo indietro, come ha recentemente ricordato il premio Nobel per la Pace Malala Yousafzai, le donne avranno abbastanza spazio per esistere e rendere il mondo un posto più bello da vivere.

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